Merito e Meritocrazia

L’inganno che si nasconde dietro la parola “merito”

Da diverso tempo, da parte di molti, si invoca che finalmente in Italia prevalga una “cultura meritocratica”.

Molti di coloro che auspicano questa rivoluzione sono motivati dalla consapevolezza di quanti guasti e ingiustizie si nascondano dietro pratiche clientelari, corporative e familistiche e ritengono, in buona fede, che la meritocrazia possa essere la risposta giusta per curare tali mali.

Altri, per lo più appartenenti alle élite economiche, stanno cercando consapevolmente di modificare, a loro vantaggio, le dinamiche presenti nella società italiana.

Tale azione fa parte della battaglia, sempre in atto, per l’egemonia culturale.
 
Nel caso in esame si cerca di imporre l’idea che la meritocrazia rappresenti il criterio giusto, corretto, efficiente per regolare i rapporti fra i cittadini.
  
Questa riflessione vuole evidenziare alcune questioni presenti nel concetto di meritocrazia e nel tipo di società che da un uso generalizzato della stessa deriva.

Partiamo da una condivisibile definizione della parola “ merito”

“Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore”.

Chi potrebbe essere in disaccordo?

La definizione, però, è riferita a una situazione astratta che, proprio perché astratta, non è suscettibile di valutazione oggettiva.

Quando dalla parola “merito”, che indica una fattispecie astratta, passiamo alla parola “meritocrazia”, ci trasferiamo nella realtà, anzi affermiamo che la realtà deve conformarsi a tale principio. Che in questo caso è un principio di potere (meritocrazia = potere dei meritevoli)

A quel punto nascono i problemi, e sono problemi grossi, perché l’applicazione di principi astratti alla realtà degli uomini è sempre pericolosa, tanto più se, come in questo caso, si pretende che la loro applicazione debba informare l’intera società umana.

Proviamo a capire dove si nasconde l’inganno, precisando, che quando utilizziamo la parola “merito”, intendiamo, di norma, la sua applicazione, cioè la cosiddetta “ meritocrazia”.

Merito e potere

Una società in cui i compiti di responsabilità sono assegnati sulla base del “merito” è certamente preferibile a una società in cui l’assegnazione avviene in maniera clientelare.

Questa affermazione teorica è indiscutibile, ma nella realtà cosa significa affermare che è auspicabile una società meritocratica?

La questione è solo apparentemente semplice. Perché una società meritocratica presuppone:
a)    un potere riconosciuto a qualcuno di valutare il merito;
b)    un potere riconosciuto a qualcuno di decidere che cosa sia meritevole;
c)    i criteri in base ai quali accertare il merito.

 
Un potere riconosciuto a qualcuno di valutare il merito

Ne deriva che qualcuno detiene il potere di decidere chi ha meritato e chi no; ma questo qualcuno come ha ottenuto quel potere? Chi l’ha scelto? In base a quali criteri? Quanta discrezionalità ha nelle scelte? Chi garantisce la sua imparzialità?

 Un potere riconosciuto a qualcuno di decidere che cosa sia meritevole

Il merito è definito dall’impegno profuso? Oppure dai risultati ottenuti? O dal progresso acquisito?

In altri termini, si deve guardare esclusivamente al risultato finale o alla capacità di migliorarsi?

Deve premiare la volontà?  Si deve tenere conto o no delle condizioni di partenza? E delle potenzialità future? E’ un valore inerente alla persona o è commisurato alle esigenze poste da una situazione reale?

Siamo sicuri che una forza fisica o intellettuale debba essere considerata un merito e non qualità donateci da madre natura, come il colore dei capelli, la bellezza, l’altezza, ecc.

E se così è, perché dovrebbe rappresentare un merito?

I criteri in base ai quali accertare il merito
 
Cos’è il merito? Il concetto è piuttosto astratto e la realtà umana di cui qualcuno dovrebbe misurare la gradazione di merito è molto complessa.

La capacità di socializzazione è un merito?

E’ più meritevole un collega anziano che insegna il mestiere ai più giovani o chi, forte della professionalità acquisita, rifiuta di socializzarla, per mantenere un vantaggio competitivo?

Un insegnante di educazione fisica è più meritevole se un suo allievo ha vinto una gara di alto livello, oppure se, con il suo lavoro, ha consentito a tutti i suoi alunni di acquisire la capacità psicofisica di gestire il proprio corpo e di superare difficoltà motorie e caratteriali?

Dobbiamo valutare il lavoro di un insegnante sulla base dei risultati ottenuti dagli allievi migliori oppure in relazione al numero di allievi che hanno completato il corso di studi senza aver acquisito le conoscenze e la maturità mentale che quel ciclo formativo avrebbe dovuto fornire loro? 

Dobbiamo valutare il merito in base ai successi ottenuti o in relazione ai fallimenti subiti? Le condizioni in cui si opera devono essere considerate nella valutazione? 

Da queste prime considerazioni è già possibile giungere a una conclusione: “ La parola merito non indica una situazione reale, sufficientemente definita”.

Come vedremo la scelta di un vocabolo così nebuloso non è casuale.
 
Per cercare di capire meglio cosa si nasconde dietro la richiesta di una società meritocratica, proviamo ad analizzare il rapporto che esiste fra la parola merito e altri vocaboli che concorrono a definire una società.

Merito e diritti

Dobbiamo porci un quesito: “ Il principio meritocratico deve regolare tutte le tipologie di rapporto o solo alcune?”

In una idea di meritocrazia applicata all’intera società, verrebbero meno anche i principi sanciti nella Dichiarazione dei Diritti Universali Dell’Uomo e gran parte di quelli presenti nella nostra Costituzione.

Si potrebbe sostenere che anche il diritto di voto deve essere “meritato”.

Se così fosse, la meritocrazia sarebbe una delle tante versioni di oligarchia storicamente esistite o immaginate.

 “Meritocrazia”, una parola solo apparentemente innocua, quasi una banalità, mentre in realtà è una parola pericolosa.

Facciamo una riflessione più pedestre e limitiamoci a parlare del rapporto fra il merito e i diritti che il singolo individuo può far valere sulla base di norme giuridiche, contrattuali, ecc.

Gli ex-ministri Sacconi e Brunetta sostengono la necessità che nei modelli di contrattazione pubblica e privata si debba premiare il merito: maggiore retribuzione a coloro le cui prestazioni sono considerate più meritevoli e riduzioni di reddito a coloro la cui attività è considerata insufficiente.

In realtà cosa significa l’affermazione dei due ex-ministri?

Significa semplicemente che a qualcuno si riconosce il potere di decidere quanto guadagnerà un lavoratore (In realtà non solo il suo reddito ma anche la sua dignità e in definitiva il suo grado di libertà).

In sostanza la messa in discussione del diritto alla percezione di un salario certo e uguale per tutti coloro che svolgono la stessa funzione.

Il fine è  indurre i lavoratori a perseguire i propri interessi individualmente.

Ciò indebolirebbe le rappresentanze sindacali, la cui forza contrattuale è indissolubilmente legata alla loro capacità di rappresentare interessi collettivi.

Tale indebolimento comporterebbe non solo una riduzione dei compensi, ma anche la limitazione/smantellamento di altri diritti, ottenuti nei decenni mediante lotte collettive.

L’ideale degli ex-ministri è il contratto individuale, tipologia contrattuale che pone il singolo lavoratore in uno stato di totale sudditanza nei confronti del datore di lavoro.

Si scrive “meritocrazia” ma si legge “più potere per chi comanda e meno diritti per lavoratori e ceti subalterni”.

Proviamo ad immaginare le questioni poste nel paragrafo “ Merito e Potere” applicate ad una realtà aziendale.

Un potere riconosciuto a qualcuno di valutare il merito – Un potere di decidere che cosa sia meritevole
 
In una realtà aziendale questo potere è assegnato alla struttura gerarchica che l’azienda si è data.

L’ampiezza di questi poteri, e la loro insindacabilità è, oggi, limitata dai diritti riconosciuti ai singoli lavoratori dalle norme generali e da quelle contrattuali  e dalla capacità del sindacato di difendere tali diritti. In una società in cui imperi la meritocrazia tali limiti verrebbero spazzati via.

Ciò significa che esiste un rapporto antagonista fra merito (ovvero potere di elargire in base a criteri indefiniti) e diritti.

Proviamo ad immaginare come potrebbe concretamente essere utilizzato questo potere.

Coloro, ai diversi livelli, ai quali l’azienda ha delegato il potere , potrebbero decidere che sono meritevoli coloro che non scioperano, coloro che non sollevano obiezioni di sorta, i fedeli, quelli che non rappresentano un pericolo per la loro carriera, i complici, i semplici esecutori.

E’ evidente che l’ideologia del merito rappresenta un’arma potente nelle mani di chi detiene il potere di decidere chi, quando, come  e perché.

Ancora una volta si deve costatare che merito e diritti sono valori contrapposti.
 
Merito ed efficienza

Si sostiene che una società meritocratica è più efficiente. In tale tipo di società, ciascuno sarebbe stimolato a impegnarsi, avendo la garanzia che il suo impegno sarà premiato.

In realtà in una società competitiva, la competizione non avviene secondo regole “cavalleresche”, tanto più allorché, ed è una costante delle società competitive, il premio è l’arricchimento materiale, considerato sinonimo di capacità e successo.

In tali tipi di società i comportamenti asociali, da parte di singoli e da parte di gruppi di interesse, sono molto più estesi e sistemici di quanto non avvenga nelle società in cui è maggiormente stimolata la collaborazione e il perseguimento degli interessi collettivi.

La ragione è insita proprio nel principio che è alla base della meritocrazia, che per sua natura presuppone un premio, diretto o indiretto, di natura economica.

Fra i comportamenti asociali figurano quelli volti ad ottenere potere e denaro indipendentemente dalle proprie capacità e competenze, ma in ragione della maggiore propensione a “truccare” i meccanismi di selezione a proprio vantaggio.

E’ peraltro singolare che si sostenga che in una società complessa, come quella in cui viviamo, i risultati migliori, in termini di efficienza, si raggiungano attraverso la sommatoria di sforzi individuali in competizione fra loro.

Appare evidente, invece, che è la collaborazione fra numerosi soggetti portatori di competenze e abilità diverse a consentire risultati altrimenti inimmaginabili.

E’ sufficiente osservare il “modus operandi” della comunità scientifica, la quale mette costantemente a disposizione di tutti i risultati ottenuti, proprio perché è consapevole, che solo in questa maniera è possibile favorire il progresso scientifico.

Si può ribattere che la comunità scientifica è composta da persone che hanno “meritato” di farne parte, ma quello che conta, per i ragionamenti che andiamo facendo, è il modo mediante cui avviene il processo di formazione e di selezione.

Il numero dei laureati è maggiore nelle società che maggiormente investono nell’università e nella ricerca e tali investimenti sono volti ad ampliare ulteriormente tale numero, nella convinzione che maggiore sia la qualità formativa dei cittadini, maggiore sarà la capacità della nazione di ottenere risultati positivi in tutti i campi.
 
Diverso è l’approccio meritocratico che si pone come obiettivo la selezione di un numero ridotto di presunti meritevoli.

Le società non competitive tendono ad ampliare le capacità e con esse i diritti e i poteri del maggior numero possibile di cittadini, quelle competitive a determinare una gerarchia tendenzialmente rigida, anche per il ruolo che giocano le condizioni di partenza.

Negli Stati Uniti, nonostante l’istituto delle borse di studio, la quasi totalità della classe dirigente è formata da studenti delle migliori università private, che, essendo molto costose, sono frequentate quasi esclusivamente da figli di persone benestanti. Altro che merito.

Ciò significa che molte risorse umane non sono utilizzate al meglio perché in tale società molti cittadini non possono accedere ai più alti livelli di istruzione.

Efficienza per cosa
Il concetto di efficienza non può prescindere dall’indicazione del fine (efficiente per fare cosa).

Maggiore produzione di merci (Pil) o maggiore serenità, sicurezza, pace o magari felicità per i cittadini (Fil).

Memorabile il discorso che Robert Kennedy tenne nel 1968 all’Università del Kansas, affermando tra l’altro:

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

Merito, rapporti umani e società

Una società in cui ciascuno è soggetto “sistematicamente” al giudizio di altre persone, giudizio da cui dipendono agiatezza e status sociale, in competizione con altri individui, determina inevitabilmente  rapporti umani  di tipo conflittuale e una società al tempo stesso individualista, classista e orientata al carrierismo.

Ne sono perfettamente consapevoli gli studenti che in questi giorni protestano nei confronti del Ministro dell’Istruzione. 

“Il Ministro Profumo – lamentano gli studenti – fa demagogia usando parole d’ordine come il merito ma dietro alle sue proposte in realtà si cela un sistema scolastico sempre più selettivo e classista, che premia l’individualismo sfrenato, la competizione.  

…. La scuola che noi vogliamo non è e non può essere la scuola della competizione e dell’individualismo sfrenato, poiché come ci insegna il metodo scientifico i più grandi avanzamenti dell’umanità sono avvenuti attraverso percorsi collettivi e condivisi. Le grandi scoperte e i grandi risultati si ottengono cooperando, condividendo, lavorando in squadra, relazionandosi agli altri”.

Un tipo di società in cui il collega non è una persona con la quale si svolge un’attività comune, sulla quale si può contare nei momenti di difficoltà, che condivide conoscenze e prospettive di miglioramento delle condizioni personali e aziendali, ma un avversario, uno da cui ti devi difendere.

In una società meritocratica il potere e la ricchezza tende a concentrarsi su una fascia ristretta di cittadini.

La conseguenza è l’aumento della conflittualità sociale che innesca normative e comportamenti repressivi.

L’insieme di tali conseguenze finisce per incidere negativamente sull’efficienza del sistema.

Le forti disuguaglianze rendono tali società maggiormente esposte alle crisi economiche che, ciclicamente, colpiscono le società più avanzate economicamente.

Ciò è dovuto alla minore capacità delle classi sociali meno abbienti di affrontare le crisi attraverso quel meccanismo di aiuto reciproco che le caratterizza.

A dimostrazione di ciò basti pensare, come molti hanno rilevato, che in Italia molte delle conseguenze della crisi in atto, siano state, almeno temporaneamente, mitigate da quello che viene definito welfare familiare, cioè il sostegno che la famiglia di origine ha assicurato a chi non trova lavoro e a chi l’ha perso.

Di pari importanza ha il ruolo che, non solo in tempo di crisi, è assicurato dal volontariato, espressione tipica delle società in cui prevale un sentimento di solidarietà reciproca fra gli individui.
 

Merito e premio

Definizione di merito
Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore.

In realtà nelle società “meritocratiche” le ricompense sono esclusivamente denaro e potere, essendo la stima e la riconoscenza sentimenti legati ad un tipo di società in cui prevale il riconoscimento dei valori umani e non quelli in cui l’uomo è valutato con gli stessi parametri utilizzati per una qualsiasi merce (mercificazione dell’uomo).

Ed è proprio questo legame che unisce le modalità di selezione (meritocrazia) al tipo di premio che ne deriva (denaro e potere) che informa tale tipo di società e la rende conflittuale, gerarchica, divisiva, individualista e per effetto della concentrazione di capitali e potere, classista e in ultima analisi inefficiente, anche dal punto di vista, riduttivo, della produzione di beni materiali.

Merito e concezione dell’uomo

In definitiva una società meritocratica concepisce e alimenta un tipo di uomo caratterizzato dall’avidità (interessato ad acquisire beni materiali) e da brama di potere.

Un soggetto in perenne lotta nei confronti dei suoi simili che avrebbero “naturalmente” gli stessi identici interessi.

Solidarietà, empatia, umanità, comprensione, aiuto sono fra le tante qualità dell’uomo che in una società di tipo meritocratico rappresentano handicap, disvalori, che vanno combattuti e distrutti.

Per questo in tale tipo di società la carriera è tutto e chi perde deve essere escluso da tutto o quasi tutto.

Negli Stati Uniti al lavoro sono legate anche la previdenza e l’assistenza medica, se vieni licenziato, perdi tutto, anche quei diritti di cittadinanza che vengono garantiti nella maggior parte degli Stati europei.

Nel momento in cui ogni persona è individuo e la sua vita è indissolubilmente legata al suo successo e al suo lavoro, quest’ultimo diviene vitale e l’individuo dipende totalmente dall’azienda e, più in generale, dal sistema.

Merito e competenza

Definizione di merito
Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore.

Definizione di competenza
Per semplificare possiamo dare al termine competenza il significato di “adatto a svolgere una determinata funzione”.
In ogni caso è evidente che “merito” e “competenza” hanno significati diversi, per cui dobbiamo ritenere che ad una società basata sul merito possa essere contrapposta una società basata sulla competenza.

Potrebbe apparire a qualcuno che l’uso del criterio della competenza, nella scelta delle persone alle quali affidare un determinato compito, comporti le stesse identiche problematiche indicate in precedenza in relazione all’uso del criterio del merito, ma questo è vero solo in parte, perché non vi è dubbio che la competenza sia un criterio più oggettivo, legato a realtà verificabili e in genere conosciute. Il classico curriculum-vitae è già una realtà che rimanda ad una competenza acquisita.

Del resto possiamo verificare come l’uso di un criterio piuttosto dell’altro determini risultati diversi.

In questi giorni centinaia di migliaia di persone stanno affrontando le prove del concorso per essere assunti in qualità d’insegnanti.

A questo concorso partecipano persone che hanno l’esperienza di anni d’insegnamento; attività svolta nella condizione di precari, e persone che non hanno mai svolto tale attività.

Le une e le altre sono state poste su un piano di parità giuridica e l’assegnazione delle cattedre è legata alle capacità di ciascuno di rispondere a quesiti, di  varia natura, che una qualche commissione ha definito.

Nessuna relazione fra le prove da superare e la competenza necessaria per insegnare.

Si afferma, e la maggior parte degli italiani sembra sia d’accordo, che questa modalità premi il merito.
 
In realtà il risultato dipende da fattori che con il merito non hanno nulla a che fare:

i quiz scelti, la memoria, l’aver effettuato gli studi in epoca più recente, ecc. .

Il tutto condizionato da una metodologia che prevede tempi ristretti. Questa metodologia penalizza le persone più riflessive: i quiz per loro natura non consentono analisi complesse, quelle cioè di maggior valore.

Si tratta in ogni caso di un criterio contrapposto a quello della competenza.
Il principio di competenza avrebbe privilegiato la “capacità di svolgere la funzione di docente”, acquisita in anni d’insegnamento dai docenti precari.

Il risultato della scelta fatta dal governo sarà la sostituzione di personale esperto con soggetti privi di esperienza e dei quali non è stata valutata l’idoneità a svolgere quella funzione, con evidente danno per studenti e società.

La meritocrazia e i valori della Rivoluzione Francese

Per concludere, il merito è un concetto indefinito. La meritocrazia è un inganno attraverso cui si vuole determinare un tipo di società funzionale al sistema capitalistico.

Un tipo di società in cui il potere è in mano ad un’oligarchia sedicente meritevole di ricchezza e potere. Un’oligarchia che pretende di stabilire regole e assegnare premi e compiti.

Attraverso il mito della meritocrazia si vogliono giustificare le disuguaglianze di potere e di proprietà, non quelle fra gli individui, che sono, per loro natura, diversi fra loro.

Le disuguaglianze sarebbero giustificate dai diversi meriti; la ricchezza e il potere sarebbero la giusta ricompensa dei meriti acquisiti.

Quindi la meritocrazia si pone in antitesi con il valore dell’Uguaglianza (dei diritti e delle opportunità), proclamato dalla Rivoluzione Francese.

In realtà, quanto esposto in precedenza, dimostra che la concezione meritocratica della società nega nella sostanza anche il valore della Libertà e quello della Fraternità.

Merito e Meritocraziaultima modifica: 2013-01-04T17:59:06+01:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Merito e Meritocrazia

  1. Complimenti per il tu scritto che e’ molto completo e abbastanza approfondito. Dissento pero’ da molte tue conclusioni. Anche il concetto d lavoro e quello di democrazia sono vaghi, ma questo non toglie che per centinaia di anni la nostra società ha teso a raggiungere l’organizzazione migliore ispirandosi a questi concetti. Meritocrazia e’ un idea ancora molto giovane e molte delle domande che poni devono ancora trovare risposta, anche se non la darà una razza eletta, ma tutti i noi tramite i nostri ragionamenti. Ho idea che meritocrazia sia una irivoluzione veramente importante e ancora molto tempo ci vorrà per definirla e vederne i risultati. L’ appeal del termine e’ forte perché fa nascere tante intuizioni e tante critiche all’attuale sistema sociale che sono innegabili. Il progresso sociale passa dal merito. La strada e’ segnata. Non resta che percorrerla con critiche ed entusiasmo. Nicolo boggian

Lascia un commento