Evasione fiscale non sente crisi

Evasione, il grande imbroglio

 

I dati forniti da Bankitalia: dei 100 miliardi regolarizzati solo 35 hanno varcato la frontiera

 

I forzieri off shore restano pieni e in Italia arrivano solo le briciole.

In contemporanea il «sommerso» dell’Iva sottrae allo Stato 30 miliardi l’anno. La metà, se recuperata, cancellerebbe tre quarti di manovra.

 

 

Bianca Di Giovanni  17/8/2011

 

L’evasione fiscale non sente la crisi. Stando ai dati diffusi dalle principali fonti statistiche (Istat, Ocse, Banca d’Italia), l’Italia resta il paradiso per gli evasori, confermandosi un inferno fiscale per chi paga le tasse.

 

Appena chiusa l’ultima sanatoria sui capitali illegalmente esportati, arriva da Banca d’Italia un dato inquietante: sono ancora oltre confine almeno 140 miliardi. La caverna di Alì Babà che il ministro voleva svuotare (così Giulio Tremonti definiva i tesori racchiusi nei forzieri off shore) si è subito riempita o molto probabilmente non si è mai svuotata.

 

Dei 100 miliardi “regolarizzati”, solo 35 hanno effettivamente attraversato le frontiere un anno fa, come ha segnalato Bankitalia nel silenzio imbarazzato del Tesoro. Il resto è rimasto all’estero, con l’impagabile vantaggio di essere stato “riciclato” dallo Stato.

 

Ma l’infedeltà fiscale non riguarda certo soltanto chi riesce a trasbordare verso il Lussemburgo (paradiso numero uno per le società italiane) o la Svizzera (meta dei transfrontalieri). L’Iva continua ad essere il “caso” nel “caso-Italia”, con un livello di evasione al 30% della base imponibile (dato medio 2005-08).

 

Ogni tre euro incassati, uno non viene dichiarato ai fini Iva. In questo modo vengono sottratti alle casse dello Stato 30 miliardi l’anno: circa due punti di Pil.

 

Basterebbe recuperarne la metà per cancellare tre quarti della manovra per l’anno prossimo. Via il contributo sull’Irpef, via il taglio dell’assistenza, via quello agli enti locali e ai ministeri.

 

Secondo un’analisi dell’Fmi la perdita di gettito dell’imposta sul valore aggiunto dell’Italia è pari al doppio di quella tedesca o francese.

 

Altre fonti, molto meno scientificamente autorevoli ma che hanno il pregio dell’immediatezza, disegnano un quadro altrettanto allarmante. Sul sito www.evasori.info un anonimo statistico italiano fuggito (anche lui) all’estero ha deciso di raccogliere e compilare tutte le segnalazioni di fatture non pagate, scontrini non emessi, lavori eseguiti in nero. Ebbene, la curva delle segnalazioni dell’ultimo anno somiglia a una salita sul Monte Bianco: si parte da quota 134mila a settembre 2010 per arrivare a 148mila di questo mese. Più di mille segnalazioni al mese, 33 al giorno.

 

LA BATTAGLIA DI VISCO

Il quadro è ben noto agli addetti ai lavori: fiscalisti, esperti economici e policy makers. La guerra sull’evasione tra i due fronti politici è sempre stata feroce.

 

Quando Vincenzo Visco mise nero su bianco le sue misure, nel centrodestra cominciò Una contraerea potentissima. Quella serie di interventi era studiata come una tenaglia che non lasciava

scampo.

 

Il “pacchetto” prevedeva un conto corrente dedicato per i professionisti (una sorta di libro contabile dell’attività), la tracciabilità dei pagamenti a partire da 500 euro, l’elenco clienti-fornitori per gli esercenti, la trasmissione telematica al fisco dei ricavi dei commercianti, il divieto di “girare” gli assegni, l’anagrafe dei conti correnti bancari, le fatture telematiche per le aziende che lavoravano per la pubblica amministrazione e infine qualche correzione degli studi di settore (valutare oltre al fatturato anche le spese).

 

In Parlamento e sui giornali si scatenò l’inferno. Si agitò lo spettro del “Grande Fratello” che si insinua nei conti correnti.

 

Intanto però i contribuenti cominciarono a pagare: 20miliardi di gettito in più al netto degli accertamenti in 18 mesi. L’Italia si avvicinava all’Europa, dove il fisco può chiedere alle banche i saldi dei conti a inizio e fine anno (Francia), rintracciando acquisti di yacht e fuoristrada, senza che nessuno reclami la privacy.

 

Imbracciando la bandiera della “libertà economica”, il duo Berlusconi-Tremonti ha demolito gran parte di questa impalcatura.

Tutto azzerato il primo anno, salvo ripescare qua e là qualche mezza

misura per fronteggiare l’emorragia di entrate.Come quella sulla cosiddetta tracciabilità a partire da

2.500 euro (nella vecchia manovra era 3.000), che non è affatto una misura antievasione ma solo antiriciclaggio.

 

L’altra operazione di Tremonti è consistita nello stop alle compensazioni, e nell’allargamento dei casi di adesione e conciliazione.

In questo modo le casse pubbliche non si sono svuotate, consentendo all’Agenzia delle Entrate di sfornare numeri trionfalistici. L’ultimo: 24 miliardi recuperati nel 2010. Tra questi, 10 a seguito di controlli e 6 per minori crediti d’imposta (il resto è per lo più emersione di contributi).

 

In sostanza non ci sono misure che spingono a pagare regolarmente (tecnicamente: aumentare la tax compliance),ma solo operazioni che favoriscono il pagamento di una “multa” quando si viene pizzicati.

 

L’ARMA SCARDINATA

In questo modo si è scardinata l’arma più potente per sconfiggere il

“male” italiano. È chiaro che l’evasione c’è quando i redditi non sono tracciabili. Per avere successo, quindi, bisogna puntare a rendere sempre più tracciabili tutti i redditi, quelli da lavoro dipendente o autonomo, e quelli da rendite. Il governo Berlusconi ha fatto molti passi indietro su questo fronte, utilizzando l’arma della trattativa e del concordato con chi è sotto accertamento.

 

Una tattica che come al solito premia chi è furbo. Eppure si potrebbe

fare molto già da oggi, perché dell’evasione si sa molto. Si conosce il suo ammontare (circa 120 miliardi l’anno, su una base imponibile di 300); la sua distribuzione territoriale a livello sia delle regioni che delle province (l’evasione complessiva è più alta al Nord che al Sud, ma le imprese e i lavoratori evadono più a Sud). I tecnici conoscono l’incidenza rispetto alle diverse tipologie di reddito: è molto ridotta per i redditi da lavoro dipendente (3-4 per cento); inesistente per le pensioni (ma presente presso i pensionati che hanno un’altra fonte di reddito, spesso in nero); ridotta nell’industria in senso stretto (5-7 per cento), ma molto elevata nel settore delle costruzioni e ancora più in quello dei servizi. Tra i lavoratori indipendenti, i professionisti evadono di meno(33-35 per cento) e gli imprenditori di più (50-60 per cento). A questo punto non servono più analisi, ma le scelte politiche.

 

 

Evasione fiscale non sente crisiultima modifica: 2011-08-18T13:48:12+02:00da reterache
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