Il prezzo del non Governo

 

Il Prezzo del non Governo

Riccardo Gianola 9/7/2011

 

L ’attacco all’Italia è scattato puntuale, in coincidenza con l’esplosione dei contrasti nel governo sulla manovra, con lo scontro tra Berlusconi e Tremonti, con il coinvolgimento del ministro dell’Economia in una grave inchiesta giudiziaria.

I mercati, la speculazione (che non è un’invenzione del demonio ma è un elemento centrale di questo sistema finanziario mondiale), le agenzie di rating non aspettavano altro.

Ci sono tutte le condizioni – politiche, economiche, di finanza pubblica – per offrire ai golpisti del mercato, che spostano miliardi da un polo all’altro del mondo con un clic sul computer, una ghiotta opportunità di profitto in Italia, sui nostri titoli di Stato, sulle azioni delle nostre banche e delle nostre imprese.  

Forse per la prima volta, in questo brutto venerdì, abbiamo vissuto la spiacevole sensazione che nemmeno lo scudo dell’euro può metterci al riparo da aggressioni finanziariee non c’è dubbio che in momenti di difficoltà gravi, come quello che il nostro paese sta vivendo, quando viene meno la credibilità del governo, allora diventa più faticoso reggere questi attacchi e appare inevitabile che i mercati, gli investitori internazionali vogliano farci pagare i nostri errori, i nostri ritardi

 La gravità del momento è ben rappresentata dalle parole di Mario Draghi, prossimo presidente della Banca centrale europea, intervenuto ieri a difendere la manovra del governo che «rende credibili il pareggio di bilancio nel 2014 e l’avvio di una tendenza al calo del rapporto debito/Pil».

 Il governatore ha deciso di spendere il suo prestigio e la sua autorevolezza a difesa dell’Italia dopo aver più volte ripetuto, senza essere ascoltato da Berlusconi che per anni ha negato e poi sottovalutato la crisi e i suoi drammatici effetti, la necessità di procedere con politiche coerenti e rigorose per riprendere la strada dello sviluppo e creare occasioni di lavoro per i giovani e le donne.

 Dobbiamo augurarci tutti quanti, senza distinzione di appartenenza politica, che le parole di Draghi possano essere ascoltate dai mercati.

 

Tremonti, fino a ieri ritenuto il garante della nostra stabilità in Europa, minaccia le dimissioni, è in difficoltà.

 

Il ministro dell’Economia, l’uomo che sognava di emulare Vanoni, l’abile fiscalista delle grandi imprese del Nord, il leader dell’Aspen Institute, si trova alle prese con un presidente del Consiglio e con i suoi colleghi che non lo amano più, che non condividono le sue scelte e in più deve trovare una giustificazione credibile a quella casa dell’ex finanziere Milanese che lui occupa gratuitamente.

 

Così mentre Piazza Affari affonda sotto ondate di vendite significative – sono colpite duramente le banche, come se la speculazione volesse dare un segnale – , mentre la Consob indaga, mentre i nostri titoli di Stato misurano nel differenziale con i Bund tedeschi la crescita vertiginosa del nostro pericolo, appare così inutile, superfluo, l’incontro pacificatore, fino a quando?, tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia.

 Un sorriso, una stretta di mano al servizio dei tg e dei giornali. Ma chi ci crede?

La realtà, crudamente rappresentata dal bilancio della giornata di ieri, è che l’Italia è ostaggio di una maggioranza litigiosa e inconcludente, dei conflitti di interesse e degli interessi personali del premier (oggi attendiamoci uno show da palazzo Chigi a commento del giudizio d’appello sul risarcimento milionario a Carlo De Benedetti per il Lodo Mondadori), di una politica economica ingiusta e inefficace. 

 Dopo aver tante volte evocato e temuto l’effetto contagio di altri paesi in difficoltà, oggi il rischio di finire come la Grecia o come il Portogallo appare più nitido e solo una svolta politica, la maturazione della consapevolezza che questa maggioranza rissosa e malmessa non ce la può fare, un segno davvero profondo di cambiamento possono evitare all’Italia altri pericoli, altri disastri.

Ci sono stati momenti, non troppo lontani nel tempo, come nel 1992 e nel 1993 e poi anche nel 2001, in cui le forze politiche e sociali più responsabili hanno dato il loro contributo decisivo per salvare il Paese e conseguire risultati importanti.

 Oggi, in questa situazione politica ed economica così delicata, nessuno può tirarsi indietro se ci sarà bisogno di un nuovo patto solidale.

L’Italia, il nostro legame con l’Europa, la speranza di sviluppo e di lavoro, sono troppo importanti per lasciarle nelle mani di Berlusconi e dei suoi ministri. 

 

Il prezzo del non Governoultima modifica: 2011-07-09T12:19:00+02:00da reterache
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