Flexsecurity, chi paga?

 

“Flex-security”: strada possibile, ma solo sapendo chi paga il conto

 

di Luciano Gallino, da Repubblica “Affari & Finanza, 4 luglio 2011

La diffusione dei contratti di lavoro a tempo determinato e parziale ha prodotto “una vasta sacca di precariato, specie giovanile, con scarse tutele e retribuzioni”.
 Quando è un personaggio autorevole dell’economia italiana ed europea come Mario Draghi ad affermarlo, si è colti sul momento da un senso di sollievo. Forse, si è indotti a pensare, qualcosa sta cambiando. Dopo un lungo periodo in cui le istituzioni hanno decantato i mirabili effetti del lavoro flessibile su ogni aspetto dell’economia – l’occupazione, la crescita, la produttività, la competitività – uno dei maggiori rappresentanti delle istituzioni stesse ci dice che la realtà ha proceduto in tutt’altra direzione. E si noti che Draghi parla di un quindicennio di diffusione del precariato, non di un solo decennio. In quest’ultimo caso si poteva credere volesse riferirsi principalmente agli effetti deleteri della legge 30 del 2003 e soprattutto del suo decreto attuativo di pochi mesi dopo. Mentre riferendosi a un quindicennio la dichiarazione abbraccia anche la legge del 1997, che introdusse in Italia il lavoro in affitto e aprì le porte ad una prima nutrita serie di occupazioni precarie.

Un inciso della dichiarazione in parola lascia anche intravvedere in quale direzione la legislazione sul lavoro dovrebbe muoversi per ridurre il precariato. La flessibilità del mercato del lavoro, dice l’inciso, oggi è quasi tutta concentrata nelle modalità d’ingresso. L’implicazione è ovvia: occorrerebbe dare maggiore stabilità alle assunzioni, e accrescere per contro la libertà di licenziamento. Qui le dichiarazioni di Draghi riflettono pari pari le proposte di giuslavoristi vicini al PD e di non pochi dirigenti del partito. Non è forse meglio essere assunti con un contratto a tempo indeterminato invece che con uno da co.co.pro avente pochi mesi di durata, anche se si sa che il tempo cosiddetto indeterminato può terminare bruscamente perchè il portafoglio ordini dell’impresa si è ridotto?

A questo punto il senso di sollievo provato alla prima lettura della dichiarazione di Draghi comincia ad attenuarsi. Per due ragioni. Il regime dei contratti senza data di scadenza iniziale e una elevata libertà di licenziamento da parte dell’impresa ha un nome: si chiama flessicurezza. E’ sviluppato in particolar modo in Danimarca. Dove il sussidio di disoccupazione può durare fino a quattro anni, e ammontare al 90 per cento del salario degli ultimi tre mesi (sia pure con un massimale annuo); i servizi di formazione, riqualificazione professionale e avviamento al lavoro sono assai efficienti; ed i servizi alle famiglie, che permettono alle donne se lo vogliono di lavorare fuori casa senza problemi, sono più diffusi ed estesi dei nostri. Un paese, anche, dove la pressione fiscale, non a caso, supera di parecchi punti quella italiana. Chi parla da noi di flessicurezza (che resta in ogni caso un modo per trattare il lavoro come una merce, ma con un po’ più di rispetto) dovrebbe anche dire come si fa a pagarla.

La seconda ragione per cui la dichiarazione sul lavoro di Draghi alla fine smorza alquanto l’iniziale sollievo, è che essa lascia fuori dal quadro un numero eccessivo di variabili per poterla utilizzare a fini di politiche del lavoro meno regressive di quelle attuali. E’ vero che i lavoratori a tempo indeterminato sono maggiormente tutelati dei precari, nel senso che hanno diritto all’assistenza sanitaria, alle ferie, al congedo per maternità. Ma appaiono ogni giorno meno tutelati quanto a sicurezza dell’occupazione. La divisione categorica tra occupazione stabile e occupazione precaria, cui si richiamano ad ogni passo i fautori del contratto di lavoro instabile per tutti, non esiste più fin da prima della crisi. In quale modo il contratto a tempo indeterminato tutela dalla disoccupazione le centinaia di migliaia di lavoratori le cui imprese chiudono o delocalizzano, ristrutturano o riorganizzano, da Termini Imerese agli elettrodomestici in Umbria, dalla Omsa a Fincantieri?

Ancora, come si può discutere di politiche del lavoro senza ricollegarsi al fatto che tra il 1976 e il 2006 la quota salari sul Pil è scesa dal 68 al 53 per cento, secondo i calcoli dell’Ocse, una quota che vede l’Italia al terz’ultimo posto nella Ue a 15 (com’era nel 2006)? Quindici punti in meno rappresentano un colossale trasferimento di reddito dal lavoro a favore di profitti, rendite e altri redditi non da lavoro. A tale trasferimento ha sicuramente contribuito anche la diffusione dei lavori precari e dei loro scarsi redditi; ma la parte del leone l’hanno fatta le politiche fiscali, l’indebolimento dei sindacati cercato in ogni modo – non solo in Italia – dai governi di centrodestra, la globalizzazione intesa soprattutto come ricerca del luogo al mondo dove si può produrre a costi minori perché sono bassi i salari, inesistenti i contributi sociali, assenti i sindacati, minime le aliquote fiscali e le difese ambientali interne ed esterne alle unità produttive.

Simili in questo non solo alle dichiarazioni di Confindustria e di buona parte dei politici italiani, ma anche di gran numero di politici europei e delle organizzazioni centrali che gestiscono la Ue, dalla Commissione alla Bce, le dichiarazioni di Draghi sembrano poggiarsi in fondo su una incrollabile credenza: prima o poi la crisi partita nel 2007 sarà superata, e l’economia mondiale ricomincerà a girare come prima. Ora, se c’è una cosa tra le tante che non torneranno mai più come prima, è proprio il lavoro. Senza riforme radicali del modello produttivo, i posti di lavoro che la crisi ha cancellato o malamente degradato non torneranno mai più. E per realizzare una transizione ad una economia meno finanziarizzata, meno energivora, meno divoratrice di risorse primarie, e tuttavia capace di offrire un lavoro decente ed una serena prosperità al maggior numero, ci vorrà qualche riforma del lavoro ben più creativa e impegnativa che non una maggior flessibilità in uscita, cioè una maggior libertà di licenziamento, che le imprese già praticano comunque su larga scala.

 

Flexsecurity, chi paga?ultima modifica: 2011-07-07T14:18:16+02:00da reterache
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