Decreto sviluppo

 

Se sei interessato  a ricevere la selezione “giornaliera”di articoli invia la tua richiesta a “reterache@alice.it”

Art.3 – Reti di impresa, “Zone a burocrazia zero”, distretto turistico -alberghieri, nautica da diporto

In questo articolo, nella parte dove viene affermato: ““Per incrementare l’efficienza del sistema turistico italiano, riqualificando e rilanciando l’offerta turistica, fermo restando in assoluto, il diritto libero e gratuito d’accesso e fruizione della battigia, anche ai fini della balneazione, è introdotto un diritto di superficie di novanta anni […]” viene sancito il passaggio dalla modalità fin’ora stabilita della concessione traslativa del bene demaniale, ottenuta mediante procedura ad evidenza pubblica, per intraprendere una nuova strada, quella del diritto di superficie.

Tale cambiamento, innegabilmente negativo, se definitivamente approvato, provocherebbe seri danni all’economia e alla tutela dell’Ambiente del nostro Paese, oltre ad essere in netto contrasto con quelle che sono le disposizioni europee.

La reazione della Commissione Europea, infatti, non si è fatta attendere e si sostanzia nella dichiarazione di sorpresa: “…poiché il provvedimento non sarebbe conforme alle regole del mercato unico europeo”. A questo proposito va ricordato che l’Italia, è già sotto procedura di infrazione comunitaria per il sistema delle concessioni marittime che prevede il loro rinnovo automatico ogni sei anni, mentre l’art.12 della direttiva Bolkestein del 2006, stabilisce che le concessioni devono essere rilasciate per una durata limitata adeguata e non può essere prevista la procedura di rinnovo automatico. Inoltre, la direttiva Bolkestein prevede che le concessioni demaniali siano assegnate obbligatoriamente tramite gare pubbliche, con l’obbligo di rimetterle all’asta una volta scadute.

Altro grave aspetto del decreto è un termine di concessione tanto esteso, quale quello novantennale, giustificato dal Ministero come una prospettiva di tempo sufficiente per fare degli investimenti e creare lavoro, ma che nei fatti discrimina ingiustamente vecchi e nuovi operatori commerciali favorendo soltanto gli attuali titolari di concessioni demaniali, già destinatari di ingiustificate proroghe nel passato, senonchè, a proposito di questi ultimi, possa intervenire una selezione determinata dal prezzo di mercato della concessione, in favore soltanto dei più grandi.

Non sono poi da sottovalutare i problemi ambientali: trasformazione, ovvero ricostruzione e edificazione con diritto di superficie in arenili, prima aree inedificate, potrà produrre modifiche nel paesaggio, bene comune inestimabile, e favorire la proliferazione e l’ampliamento degli stabilimenti, che in gran parte già avveniva in maniera irregolare, con cementificazione selvaggia, abusi, e conseguenti dannosi impatti su zone e suoli costieri, troppo spesso irreversibili.

La modifica che il decreto si propone di introdurre all’art.5 L. 94 del 28 gennaio 1994, . con il comma 2 bis, per incentivare la realizzazione di porti e approdi turistici e di razionalizzare il procedimento di rilascio delle relative concessioni demaniali marittime, può innescare una trasformazione di strutture o ambiti in nuovi approdi turistici, a prescindere dalla loro utilità e pianificazione territoriale nazionale.

In conclusione, questo articolo, è la realizzazione riformulata dell’idea avanzata dal Ministro del Tesoro, di vendere le spiagge; siamo di fronte alla messa sul mercato del diritto su superfici più ampie di coste e litorali, un immenso patrimonio riconosciuto anche da organismi di tutela internazionale come l’U.N.E.S.C.O.

 

Art. 4 – Opere pubbliche

L’articolo 4 riguarda la disciplina della costruzione di opere pubbliche e prevede una serie di misure per ridurre i tempi di costruzione, soprattutto per quelle di ordine strategico, per semplificare le procedure di affidamento dei relativi contratti pubblici con il proposito di realizzare un più efficace sistema di controllo e ridurre il contenzioso. Pur riconoscendo la necessità di affrontare i nodi presenti in questa delicatissima materia e di produrre ulteriori approfondimenti con i dipartimenti interessati, risulta evidente dal Decreto che non vengono tenute in considerazione studi e ricerche, proposte che hanno sviluppato procedure e meccanismi per prevenire l’insorgere di difficoltà e problemi, limitandosi, in particolare, ad introdurre tetti di spesa per varianti ed opere compensative, senza “rimediare” alle cause che le rendono necessarie, ad estendere il criterio dell’autocertificazione, a ridurre i controlli sul possesso dei requisiti validi per la partecipazione alle gare, soltanto ex-post.

La conseguenza della modifica introdotta nei requisiti richiesti alle imprese per la partecipazione alle gare di appalto, riduce la discrezionalità degli enti appaltanti. In particolare, “viene ridefinita la disciplina concernente le condanne penali ostative alla partecipazione alle gare e le false dichiarazioni rese dai concorrenti alla stazione appaltante. Nel provvedimento è prevista la tipizzazione delle cause di esclusione dalle gare, limitandole soltanto a quelle previste dal codice degli appalti e dal regolamento di esecuzione.

Viene inoltre alzato a un milione di euro (dagli attuali 500mila) l’importo dei lavori per i quali si può procedere all’assegnazione senza ricorrere alla gara d’appalto.

Quest’ultima modifica, insieme alla previsione dei controlli a gara per l’aggiudicazione dell’opera, avvenuta rendono la semplificazione contenuta in questo Articolo, molto rischiosa. E’ evidente che parte delle misure di semplificazione, compresa l’estensione dell’autocertificazione, vanno tutte a scapito della necesità di affermare trasparenza e legalità nella realizzazione delle opere.

 

Art. 5 – Costruzioni private

L’articolo 5 del decreto apporta modificazioni alla disciplina vigente per liberalizzare ulteriormente le costruzioni private, riformando l’art 10, punto c del testo del DPR 380/2001 (Testo Unico Edilizia). Viene previsto che le Regioni approvino, entro 60 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, specifiche leggi per incentivare la riqualificazione delle aree urbane degradate “con presenza di funzioni eterogenee e tessuti edilizi disorganici o incompiuti”, anche con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Di fatto il Decreto predetermina le agende delle Regioni, a prescindere da urgenze, titolarità e autonomie.

Nel merito il provvedimento approvato dal Governo mira in particolare ad incentivare la demolizione e ricostruzione, con libertà di sagoma, degli edifici. Sono esclusi da questi interventi gli edifici abusivi o siti nei centri storici o in aree ad inedificabilità assoluta, ad eccezione degli edifici per i quali sia stato rilasciato il titolo abilitativo in sanatoria.

Fino all’approvazione delle leggi regionali che fisseranno gli standard degli incentivi, saranno possibili ampliamenti fino al 20% per edifici residenziali, del 10% per altre destinazioni. Qualora le Regioni non abbiano provveduto all’approvazione di specifiche leggi regionali, è stabilito che le premialità introdotte dal decreto sviluppo diventino immediatamente applicabili una volta trascorsi 120 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento. Quindi le Regioni avranno 4 mesi di tempo per eventualmente escludere l’applicazione della norma sul loro territorio.

Altri premi previsti sono la delocalizzazione delle volumetrie in aree diverse da quella degradata dove è previsto l’intervento; il cambio di destinazione d’uso a condizione che si tratti di destinazioni tra loro compatibili e complementari; le modifiche della sagoma necessarie per l’armonizzazione architettonica con i complessi edilizi esistenti.

Per la ristrutturazione edilizia non servirà più il permesso di costruire, ma sarà sufficiente la SCIA (segnalazione certificata inizio attività), ad eccezione dei casi in cui la denuncia di inizio attività è alternativa al permesso di costruire (Super-Dia).

Vale il principio del silenzio assenso nel caso in cui non si riceva parere contrario in 90-100 giorni (180-200 per città con più di 100.000 abitanti), tranne per i casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali. Per le verifiche successive, tempo 30 giorni.

La semplificazione dei titoli abilitativi è sia per interventi che non implicano incrementi della cubatura, che per ristrutturazioni e interventi che portano a un fabbricato diverso per superficie, volumetria e sagoma. A livello di sanatoria, un comma aggiuntivo introdotto all’articolo 34 del Testo Unico dell’edilizia, concede che le violazioni (altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta) fino al 2% non annulli il permesso di costruire. Slittano infine al primo luglio le sanzioni per gli immobili fantasma.

In sintesi, vengono introdotte misure più permissive con l’intento di rilanciare il “Piano Casa” che, fino ad ora, si è dimostrato inefficace, essendo recepito solo in parte dalle Regioni e funzionando realmente solo in Veneto e in Sardegna e che se fossero adottate rappresenterebbero un ulteriore danno per il territorio e il paesaggio. Inoltre, pur trattandosi di materia di competenza regionale, si aggirano i vincoli delle Regioni, indicate come le maggiori responsabili del mancato decollo del provvedimento precedente e permettendo di costruire molto più facilmente, in spregio delle restrizioni imposte dai Piani comunali.

Il silenzio-assenso, già in uso in molte Regioni, varrà sempre, con controlli che, eventualmente, saranno sempre ex post, a danno avvenuto e comunque, tant’è che, in caso di inerzia regionale, viene prevista la facoltà di rifarsi al diritto a costruire sancito dalla nuova legge dello Stato.

Argomenti che attengono alla nostra elaborazione sui rischi introdotti con provvedimenti precedenti, si ripropongono anche in questo caso: ancora una volta siamo in presenza di deroghe e arretramenti nelle normative che tutelano e garantiscono il rispetto del paesaggio e della qualità energetica e ambientale degli edifici. Che favoriscono il rischio della cementificazione selvaggia con danni irreversibili al territorio, al paesaggio e alla biodiversità. Senza considerare la minaccia verso zone agricole, realtà fondamentali per la nostra economia profondamente segnata dalla crisi e per l’ambiente.

E’ evidente inoltre, che con questo decreto il nostro Governo conferma ancora una volta di non avere assolutamente in mente alcuna strategia per perseguire uno sviluppo sostenibile, ormai obbligato, pena catastrofi ben peggiori di quelle che si sono fin qui verificate, e a danno di quella potenzialità che il nostro Paese, non meno di altri, potrebbe esprimere in materia di green economy, se decisamente sostenuta con politiche industriali ed economiche avanzate.

Ampliare abitazioni senza l’obbligo di controlli (anche abitazioni che sono state costruite abusivamente e poi sanate) in molte regioni equivale a mettere a rischio la stabilità del territorio, quando invece si pone con maggiore urgenza il problema della sua messa in sicurezza dal rischio idrogeologico, dal rischio sismico e dall’eccesso di urbanizzazione.

Rispetto alla normativa vigente il decreto avvalla “pratiche derogalotorie” a scapito di qualsiasi necessità di Pianificazione e programmazione ai diversi livelli istituzionali e in maniera coordinata mentre resta urgente la necessità di misure incisive per riqualificare i centri urbani e governare il territorio.

 

Art.10 Servizi ai cittadini

Al comma 7; questo articolo, modifica il decreto legislativo n.152 del 3 Aprile 2006, in tema di gestione delle risorse idriche e di organizzazione del servizio idrico, con particolare riferimento “… alla tutela dell’interesse degli utenti, alla regolare determinazione delle tariffe…”, ecc.

A questo proposito, mentre il primo riferimento non trova riscontro nelle modifiche introdotte, per il secondo trova conferma la volontà del Governo di “mercificare” l’acqua, nonostante sia già programmata con i Referendum l’espressione della volontà popolare sul mantenimento dell’acqua come bene pubblicouniversale.

Il comma 10. al punto d) a proposito di predisposizione del metodo tariffario per la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, un compito demandato all’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, di nuova costituzione come stabilito dal comma 7 dello stesso articolo, impone il pieno realizzo, attraverso le tariffe, del principio del recupero dei costi. Il fatto che fra i costi vengano considerati quelli ambientali sulla base del principio comunitario “chi inquina paga”, nulla cambia nella volontà di gravare tutti i costi del servizio sulle tariffe riservate agli utenti, né dell’intenzione di privatizzare il servizio.

Si introduce un soggetto di Governo Terzo come l’Agenzia, soggetto distinto e funzionante, indipendentemente dal Governo, di per sé condivisibile, in sostituzione di quello che già funzionava, a prescindere dalla bontà o dai limiti del suo funzionamento e, mentre si fa questa operazione , si sancisce il principio del recupero dei costi attraverso le tariffe.

Ora, fatta salva la necessità di una seria politica delle tariffe, considerando anche i recenti ricarichi tariffari dovuti a finanziamenti per le rinnovabili e per il FUS, mentre restiamo lontani dall’affermare una “gestione industriale” del servizio idrico integrato, capace di recuperare sprechi e guadagnare efficienza, si profilano ulteriori aumenti tariffari, una forma di tassazione indiretta che pesa sempre di più su redditi già gravati dalla crisi.

 

Decreto sviluppoultima modifica: 2011-05-14T17:47:00+02:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento