I vantaggi dell’Euro

«Con l’euro più forti anche ora con la crisi petrolifera»

BIANCA DI GIOVANNI  29/3/2011

 

Prima dell’Unità d’Italia esistevano 282 valute nella Penisola Il modello europeo di economia è vincente

Intervista a Fabrizio Saccomanni

Il direttore generale di Bankitalia presenta l’iniziativa di via Nazionale dalla Lira alla nuova moneta: «Due utopie realizzate»

 

Fu un’epopea. Immaginate 282 valute diverse, d’oro, d’argento o bimetalliche,

dal baiocco al carlino, dal tallero al fiorino, dallo scudo allo zecchino, scambiate dalle Alpi all’ultima isola siciliana.

 

Ciascun duca, ciascun signore, ciascun feudatario, ciascun vescovo utilizzava la propria.

 

Il «popolino»? Se la cavava con il baratto, come Renzo con i suoi capponi.

 

Questa era l’Italia quando le giubbe rosse dei garibaldini risalirono verso nord e i Sabaudi calarono a sud.

 

Col nuovo re arrivò anche la moneta unica: la lira del Regno. E un mercato unico: tutta la penisola senza dazi e senza complicate conversioni, da fare con il bilancino per pesare i diversi metalli.

 

La conversione procedette lungo strade sterrate, a bordo di calessi, senza infrastrutture di collegamento e senza treni, con pesantissimi carichi prevalentemente in monete (le banconote erano rarissime).

 

A Nord si concluse intorno al 1865, a sud le monete borboniche continuarono a circolare ancora per un trentennio. Nulla di paragonabile rispetto a quanto avvenne nella notte di capodanno del 2002, quando in Europa si passò all’euro.

Ci fu molto di telematico, anche se il change-over richiese una lunga preparazione. E ci fu anche una scelta decisiva: la creazione della Banca centrale, germe iniziale di una politica comune.

 

Il parallelo tra le due valute «unitarie » è proposto da una mostra curata dalla Banca d’Italia (La moneta dell’Italia unita, dalla lira all’euro), che aprirà il pomeriggio del 4 aprile alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano e del governatore Mario Draghi, e resterà a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino

al 3 luglio.

 

Ne parliamo con il direttore generale di Via Nazionale, Fabrizio Saccomanni.

 

Dalla lira all’euro. Due utopie? «Se furono utopie, furono utopie realizzate. la creazione della lira era una necessità impellente: senza l’unificazione della valuta l’economia sarebbe rimasta frammentata in tante piccole realtà. Fu con la lira che tutti gli italiani compresero che si potevano fare scambi da Milano a

Palermo.

 

Devo dire che il legislatore si mosse molto rapidamente. il decreto che unificò il sistema monetario è dell’agosto del 1862. L’Archivio di Stato ci ha dato la possibilità di presentare l’originale nella mostra.

 

Nel preambolo si dice che l’unificazione si fa con l’obiettivo di integrare l’Italia in una moneta europea di cui si auspicava lo sviluppo».

 

Già allora? «Sì, poco dopo ci sarà l’esperienza dell’unione monetaria latina. Non funzionò perché mancava una banca centrale. Si pensava che bastasse coniare monete di peso uguale e dello stesso metallo: le 5 lire erano uguali a 5 franchi svizzeri o francesi. Mi ricordo che mio nonno diceva: questo costa 5 franchi.  Per loro era lo stesso».

 

La lira è nata sull’onda di una forte guida politica, il disegno unitario di Cavour.

Non si può dire lo stesso dell’euro: fatta la moneta, la politica unitaria ancora non si vede. «È una differenza notevole, ma non

così significativa come potrebbe sembrare. In realtà con l’euro si è fatto quello che non si era fatto prima: si è creata la Banca centrale.

 

La Bce, non è un aggeggio, un orpello, che si può avere o non avere. È un’istituzione che ha una sua connotazione politica molto forte, perché discende da un Trattato, che è uno strumento legislativo di rango costituzionale.

 

C’è la scelta politica di dare a un’istituzione federale la gestione della moneta. L’euro non è un paniere di monete che include lira, marco, franco, ecc., è una moneta nuova che ha una sua costituzione monetaria».

 

La sensazione è che sia stata fatta una scelta tecnicistica, con la politica che resta ferma, come dimostra anche il caso Libia… «La sensazione è sbagliata.

La scelta politica c’è, anche se parziale, settoriale. Tant’è che l’euro è diventata una moneta forte, la seconda moneta di riserva a livello globale. Tutto questo non è un’illusione o un miraggio ».

 

Per l’euro c’è voluto Maastricht, per la lira si è semplicemente sostituita una

valuta a un’altra. «Quella fu davvero un’operazione abbastanza tecnocratica, in cui la gente aveva molto poca voce in capitolo. Piano piano si accorsero che con la moneta unitaria potevano allargare il raggio degli scambi.

 

Quanto agli stati, fu fatta la scelta di far assumere al nuovo stato tutti i debiti degli Stati precedenti (Quello del Piemonte era il più alto, ndr): una scelta analoga fu fatta in America nel 1796».

 

Perché non si scelse di costituire una banca centrale? «Per il prevalere delle realtà preesistenti.

 

Allora non si dava importanza alla politica monetaria: le banche centrali erano chiamate di emissioni, perché si limitavano a battere moneta. E questo dava dei diritti di signoraggio, un profitto.

 

Poi furono gli scandali (quello della Banca Romana, ndr) a portare nel 1892 la nascita della Banca d’Italia».

 

Un bilancio della lira? «La lira ha creato un grande mercato interno, che è cresciuto e si è sviluppato. Dal 1870 fino alla Prima guerra mondiale era una valuta fortissima, si diceva addirittura che faceva aggio sull’oro, cioè aveva un premio sul contenuto metallico.

 

Nel secondo dopoguerra accompagnò il boom economico: gli anni ‘50 e ‘60 erano gli anni dell’Oscar della lira. Poi arrivarono i grandi scossoni internazionali legati al crollo di Bretton Woods e alla crisi petrolifera.

 

Queste crisi furono gestite svalutando: quando l’Italia entrò nello Sme aveva l’inflazione al 22% e non si erano creati né porti di lavoro, né più Pil.

 

Certo, l’unificazione monetaria non è un toccasana, ma richiede una gestione più sana delle finanze pubbliche e delle aziende e dell’economia reale».

 

L’euro aiuta ma non risolve. Cosa bisogna fare ancora?

«Gli strumenti che ci stiamo dando per affrontare la crisi sono la strada giusta: vigilanza bancaria europea, il fondo che diventerà permanente, il coordinamento delle politiche fiscali. Ci si avvicina al normale strumentario di uno Stato unitario ».

 

Eppure resiste l’euroscetticismo. «Perché si continua ad avere un concetto di sovranità economica che non è più valido. Proprio l’ultima crisi, nata in America e arrivata da noi, dimostra che la globalizzazione non è un’invenzione degli

analisti finanziari, è una realtà.

 

Senza una governance europea non si fronteggiano le crisi. Anche quelle politiche, e lo dimostra l’intervento in Libia, che vede per la prima volta l’Europa in prima fila (non fu così nel Kosovo e nella crisi di Suez). Nella crisi petrolifera l’euro sta dimostrando tutta la sua forza.

 

D’altronde i nostri numeri sono i migliori: quanto a debito, a deficit, a bilancia dei pagamenti.

La forte visione dell’Europa a favore della stabilità e il suo modello di economia sociale di mercato è vincente, forse a prezzo di una crescita più bassa. Ma anche su questo punto molti osservatori dovranno ricredersi: dal momento dell’Unione monetaria ad oggi abbiamo creato più posti di lavoro dell’America. È importante che i cittadini europei ne siano consapevoli»

I vantaggi dell’Euroultima modifica: 2011-03-29T11:53:17+02:00da reterache
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