Mediterraneo al centro

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Qualcosa di nuovo anzi d’antico: il Mediterraneo

Mario Soares  6/3/2011  ex Presidente Portogallo

 

Fino alla Seconda Guerra Mondiale il Mare Nostrum era il centro della scena mondiale, poi l’asse si è spostato nell’Atlantico e infine nel Pacifico.

I fatti del mondo arabo stanno riportando il pendolo sopra il vecchio mare

 

La partita è appena iniziata e gli effetti potrebbero ancora estendersi ad altri Paesi come Iran e Siria. O persino Israele.

 

 

Fino al termine della Seconda Guerra Mondiale, il Mediterraneo è stato il centro

geostrategico del mondo.

 

Dopo, con la Carta Atlantica firmata da Roosevelt e da Churchill e, ancora più tardi, con il Trattato dell’Atlantico e la nascita della Nato, creata nel 1949 per contenere l’espansione del comunismo, l’Atlantico ha preso, come importanza, il posto occupato dal Mediterraneo.

 

Successivamente, con lo straordinario recupero del Giappone, la guerra del Vietnam, l’emergenza della Cina e lo sviluppo dell’India, l’Oceano Pacifico ha iniziato a sfidare la preminenza dell’Atlantico.

Sorprendentemente, oggi la storia ha compiuto un nuovo e spettacolare balzo, con il risveglio dei popoli del Maghreb e del Vicino Oriente.

 

Si tratta di una rivoluzione multipla? Per alcuni aspetti è una rivoluzione totalmente originale, scatenata da giovani con l’accesso alle nuove tecnologie informatiche che si sono concentrati nelle strade e nelle piazze delle città per reclamare libertà, democrazia, per dire basta alla corruzione e ai dittatori che li hanno soggiogati per anni, anzi decenni.

 

Come ha scritto Joschka Fischer, ex ministro tedesco degli Esteri, «tutta la regione arabo-musulmana è in tumulto», con vari barili di polvere nera pronti ad esplodere, forse con alcune eccezioni come l’Arabia Saudita e la Siria (credo

solo per il momento), mentre Israele e la Palestina sono protagonisti di un altro conflitto che sembra eternizzarsi e che è stato la ragione per molte delle violenze scatenate in quest’area.

 

È da notare che le ribellioni scoppiate finora – tranne in Libia, un caso sui generis -non hanno lanciato slogan contro il Nordamerica, l’imperialismo o Israele. Non denotano un’impronta religioso-islamica, né radicale né moderata.

 

Reclamano valori e diritti universali e aspirano a nuovi orizzonti di progresso,

in particolare per le giovani generazioni alla deriva, più preparata e ciò nonostante più arrabbiate per la disoccupazione.

 

In Libia stiamo assistendo a una situazione particolarmente graveed eccezionale, provocata da unpazzo furioso, Mohammar Gheddafi,che ha ordinato alla sua guardiapretoriana di uccidere i ribelli.

 

È una specie di genocidio chefinirà molto male, forse con il suicidioo con la morte del despota.

 

Questi è stato abbandonato dai membri del Consiglio Rivoluzionario,dai militari, dagli alti funzionarie dagli ambasciatori.

 

In Portogallo, il rappresentante di Tripoli ha detto che «nessuno chemandi mercenari contro il suo stesso popolo merita lealtà» e ha chiamato il regime «fascista, tirannicoe ingiusto», mentre il suo omologo alle Nazioni Unite ha richiesto un intervento controGheddafi.

 

Comunque, persiste la domanda che tutti ci stiamo facendo: cosa succederà dopo la caduta del dittatore?

 

La stessa domanda si ripete per tutti gli Stati in cui ci sono già state sollevazioni e i tiranni – militari o civili, fino a re delle teocrazie esistenti – hanno concesso diritti che, in alcuni casi, hanno moderato i manifestanti.

 

Ma nessuno conosce la risposta, oltre al fatto che l’agitazione continuerà.

 

Lo Stato chiave è senza dubbio l’Egitto, anche se non sul piano economico. È stato il suo esercito, alleato di Washington, che ha ordinato la repressione poliziesca che, all’inizio della rivolta, ha causato numerosi morti e che, ne sono

convinto, ha protetto la vita dell’ex presidente Mubarak.

 

Come evolverà l’Egitto e le sue poderose forze armate? Nonostante la promessa formale di “libere e giuste elezioni” per la presidenza e il Parlamento, tutto il processo continua ad essere aperto.

 

Per esempio, con un governo civile al Cairo e con una presenza importante dei Fratelli Musulmani nel nuovo Parlamento: si manterranno le relazioni privilegiate con Israele?

 

Israele è riuscito a restare incolume- ultimamente con molta arroganza – grazie al potere della lobby ebreo-statunitense.

 

Ora dovrà riflettere seriamente sul proprio futuro, negoziare con la Palestina e probabilmente abbandonare le colonie per evitare di dover affrontare nuovi conflitti.

 

Invece della forza militare, dovrà usare l’intelligenza diplomatica per dialogare.

 

La persona meno indicata per fare tutto questo è l’attuale Primo ministro, Benjamin Netanyahu. La persona giusta, se davvero Israele volesse cambiare rotta, è invece l’ex-presidente Shimon Peres capace di vantare una esperienza

indiscutibile.

 

Un altro grave problema è quello dello Stato teocratico iraniano, intollerante e oppressore, con un poderoso esercito e prossimo a dotarsi di armamenti nucleari, dove la brutale repressione contro le proteste della popolazione sono un pessimo segnale.

 

Le manifestazioni non sono ancora arrivate negli emirati né nella maggiore potenza petrolifera, l’Arabia Saudita, dove il re, considerato intelligente e moderato, segue attentamente la situazione in tutta l’area.

 

Sul fronte occidentale, chi ha reagito in maniera migliore, con interventi rapidi e opportuni, rispetto ai ritardi e alla pochezza dell’Unione Europea, è stato il governo di Obama, in aperto contrasto con i propri avversari repubblicani che continuano lungo la linea obsoleta di Bush, quella per la quale «i tiranni, quando conviene ai nostri interessi, sono sempre nostri amici».

 

In un mondo globalizzato, dove i diritti umani sono sempre più fondamentali, ostentare questa forma di realpolitik non ha proprio alcun senso.

Mediterraneo al centroultima modifica: 2011-03-07T12:10:35+01:00da reterache
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