La politica dei soldi

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La politica dei soldi: così l’Occidente si è inchinato ai raìs

Anne Applebaum  6/3/2011

 

I collegamenti tra Saif Gheddafi e l’establishment britannico sono un tipico esempio dei rapporti tra i ricchi dittatori e i politici occidentali.

 

Ogni quotidiano britannico ha scritto di Gheddafi questa settimana, ma il Sunday Times ha di gran lunga le migliori immagini.

 

Una fotografia del secondo figlio del colonnello Moammar Gheddafi, avvolto in una giacca bianca e un’impeccabile cravatta di seta, con una kefiah perfettamente stirata che fluttua elegantemente sulle sue spalle, è ben in vista su una delle pagine del giornale.

 

Intorno, a cerchio, ci sono le fotografie dei suoi amici britannici e dei loro colleghi: Nat Rothschild, erede della celebre famiglia di banchieri, che ha organizzò un party per Saif quando completò il suo dottorato sulla “società civile” e “governo globale” alla London School of Economics; Sir Howard Davies, direttore della London Stock Exchange e uno dei delegati di TonyBlair per i rapporti economici con la Libia; Lord Peter Mandelson, un ex consulente di Blair, ministro e commissario europeo, oggi impegnato ad assistere «le compagnie per espandere il loro mercato oltre oceano»; il Principe Andrew, che promuove il commercio britannico all’estero; e ultimo ma non meno importante, il primo ministro Tony Blair in persona.

 

Saif era popolare. Frequentava le feste del palazzo St. James e veleggiava su lussuosi yacht verso Corfù. Era anche ricco. Grazie ai suoi contatti, era diventato il collegamento attraverso il quale le compagnie britanniche gestivano i loro investimenti in Libia e tramite cui l’autorità per gli investimenti della Libia investiva nelle compagnie britanniche.

 

Per lo meno, questo era quello che faceva fino alla settimana scorsa, quando è apparso sulla televisione libica giurando che il regime sanguinario di suo padre avrebbe combattuto «fino all’ultimo uomo, l’ultima donna, l’ultimo proiettile».

 

Improvvisamente, la faccia accettabile della tirannia libica è diventata inaccettabile.

 

Sotto la patina dell’educazione occidentale si nascondeva uno psicopatico delirante.

 

Saif non è l’unico personaggio discutibile che ha frequentato i luoghi dove il denaro incontra la politica a Londra, oggi la vera capitale  del capitalismo globale.

 

Ogni lista di persone con cui il Principe Andrew ha recentemente pranzato rivelerà dozzine di simili bulli tirati a lucido: altri libici, kazakhi, kirghisi, e, naturalmente, gli onnipresenti sauditi.

 

Il denaro, anche il denaro straniero (e in particolare il denaro saudita), è sempre stato capace di comprare la possibilità di avvicinare e incontrare gli statisti occidentali.

 

Ma nell’ultima decade, le proporzioni si sono spostate impercettibilmente.

 

L’occidente democratico è diventato relativamente più povero, mentre alcuni mercati non democratici “emergenti” sono divenuti più ricchi.

 

Tanto per essere chiari: i politici, gli ex politici, e gli aristocratici occidentali sono diventati molto, molto più poveri rispetto ai ricchi,

ricchissimi uomini d’affari che sono emersi dagli Stati dell’Asia centrale, l’Europa dell’est e il medio oriente i cui conti bancari si sono ingigantiti grazie all’olio e al gas.

 

Venti anni fa, nessun politico in pensione proveniente dall’Inghilterra o dalla Germania avrebbe guardato fuori dal proprio Paese per un posto di lavoro.

 

Oggi, Blair è un consulente dei governi del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti, tra gli altri; Gerhard Schroeder, l’ex cancelliere tedesco, è nel libro paga di Gazprom, il gigante dell’energia russa.

 

È vero che ci possono essere ragioni legittime per mantenere contatto con i dittatori: Blair ha aiutato a persuadere Gheddafi a rinunciare al suo programma di armamenti nucleari nel 2003, e negli ultimi dieci giorni ha chiamato due volte il dittatore per chiedergli di smettere di sparare i propri cittadini.

 

Non ha

aiutato, come è evidente, ma tentar non nuoce. Ma non c’è nessuna giustificazione nel prendere i soldi dei dittatori o farsi amici i loro discendenti, soprattutto quando alla stesso tempo si gioca alla politica con i loro genitori.

 

Questo non è solo un problema britannico, tra l’altro. Frank Wisner, il delegato statunitense mandato da Barack Obama per negoziare con Hosni Mubarak nei primi giorni della rivoluzione egiziana, lavora anche per Patton Boggs, uno studio legale che ha lavorato per il governo egiziano.

 

È stato scritto che l’amministrazione si è infuriata quando Wisner ha inaspettatamente proposto che Mubarak “dovesse restare”, pochi giorni prima che fuggisse da Il Cairo. Ma c’era veramente motivo di essere sorpresi?

 

Nel frattempo, Michelle Alliot-Marie, il ministro degli Esteri francese, è stata licenziata dopo essere andata in vacanza in Tunisia durante la rivoluzione, aver volato su alcuni aeroplani appartenenti ad un amico del presidente tunisino, e aver aiutato suo padre a concludere un affare sul posto.

 

Quando è tornata, ha delicatamente suggerito che i francesi avrebbero dovuto aiutare i loro amici nella polizia tunisina a sopprimere le rivolte.

 

Incrociando le dita, Alliot-Marie è la prima di tanti: se i governi occidentali vogliono avere un minimo di credibilità nel mondo arabo dopo le rivoluzioni, devono smettere di assumere persone, anche come “delegati”, che sono già state assunte da attuali o precedenti dittatori arabi.

 

Blair dovrebbe dimettersi immediatamente dal suo ruolo di negoziatore informale nel medio oriente; al Principe Andrew si dovrebbe dire di restare a casa.

 

I tanti Wisner del mondo dovrebbero essere rimandati in pensione.

 

Infine, per precauzione, le legioni di ex dipendenti statali oggi al soldo di uomini d’affari cinesi, russi o sauditi dovrebbero essere tenuti distanti dai loro vecchi posti di lavoro, tanto per essere sicuri.

 

Quando arriverà la loro rivoluzione, potrete essere sicuri che si scoprirà che anche loro hanno amici imbarazzanti.

La politica dei soldiultima modifica: 2011-03-07T12:11:55+01:00da reterache
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