Sardegna, poligono di Teulada

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Il poligono di Teulada Nel mirino dei cannoni c’è il futuro del Sulcis

Nei 7.200 ettari la seconda struttura militare in Italia per addestrare truppe

italiane e straniere: la lotta di contadini e pastori per riprendersi la loro terra

 

PAOLA MEDDE

La nostra lotta non è cominciata oggi. È cominciata nel 1959, quando i militari caricarono le nostre famiglie sui camion e ci cacciarono via come cani dalle nostre case e dalle nostre terre, perché quelle aree erano destinate alle esercitazioni militari». Andrea Cinus, allevatore ed assessore del Comune di Teulada, ricorda così l’inizio della fine. «Chi non aveva un posto dove andare fu scaricato, insieme alle sue poche cose, nella piazza di Sant’Anna Arresi.

Sa quali furono i primi bersagli che utilizzarono per esercitarsi? Le nostre abitazioni ».

Teulada, estrema punta sud della Sardegna, antitesi non solo geografica di quell’immagine patinata e smeralda dell’isola che non c’è.

Questa è l’altra isola, quella da cinquant’anni paga allo Stato il suo tributo in natura: il 60 per cento del territorio nazionale soggetto a servitù militare ha il marchio dei quattro mori.

È qui, fra Teulada e Sant’Anna Arresi, che sorge il secondo poligono di tiro d’Italia, su cui le truppe tricolori e straniere giocano a risiko esercitandosi in sbarchi, bombardamenti e tiri contro costa: 7.200 ettari a terra – un terzo dell’intero territorio teuladino – e venti chilometri di litorale di fronte a cui il traffico marino è interdetto 365 giorni all’ anno.

Il Basso Sulcis, un tempo il granaio della Sardegna, è oggi una delle aree più depresse dell’isola, incastrata tra la raffineria dei Moratti, la Saras, e l’agonia cronica della chimica di Portovesme.

Turismo, pastorizia e pesca resterebbero l’ultima risorsa sostenibile. Se il Poligono non avesse inghiottito anche la terra e il mare.

Qui la popolazione non si è mai arresa all’insediamento militare che nacque con un esproprio feroce ai danni di contadini e pastori e dette il via a un esodo verso Germania, Belgio, Nord Italia: in un solo anno emigrarono mille persone.

«Se l’attività militare crea ricchezza? Trentotto buste paga fra i civili e quaranta fra i militari: chi lavora al poligono non è la popolazione locale – spiega Stefano Genugu, attivista del comitato “Teulada città futura” –

A noi restano le briciole».

Il Comune riceve 500.000 euro all’ anno dallo Stato come indennizzo per le servitù militari. Soldi con cui ora i cittadini vorrebbero finanziare un Osservatorio di monitoraggio ambientale per analizzare gli effetti di 50 anni di esercitazioni militari. Perché qui, come a Quirra, i tumori non sono un’emergenza solo perché nessuno li ha mai indagati.

Uno studio commissionato dalla Regione nel 2006 aveva rilevato che nell’area di Capo Teulada i tumori polmonari superano la media sarda del92%e i linfomi non Hodgkin del135%.

Un campanello d’allarme si sarebbe dovuto accendere, invece nessuno è intervenuto. Così i teuladini hanno deciso di pagarselo da soli, il monitoraggio.

Ma la salute non è la sola questione. I cittadini, anzi, intimoriti dalle ricadute

negative sull’immagine di un territorio dalle forti potenzialità turistiche, tendono a minimizzare questo aspetto: «Il problema è lo sviluppo economico che il poligono ci ha negato ».

I pastori di Teulada, ad esempio, vivono una doppia guerra: quella per la sopravvivenza addosso – un litro di latte si vende a 60 centesimi – e quella simulata accanto.

A dividere queste due guerre c’è un cancello.

Per oltrepassare la soglia di quest’altra Sardegna che non è più Sardegna, per far scattare il lucchetto e portare le greggi al pascolo dentro le aree militari, devono pagare.

Dopo anni di battaglie a colpi di invasioni di campo, sequestri di bestiame, denunce per pascolo abusivo, nel 2002 i pastori sono riusciti a strappare ai militari un contratto di couso: gli allevatori, 26 aziende in tutto, versano 8.000 euro all’anno al Demanio per l’uso della terra nei giorni in cui non ci sono esercitazioni e 3.000 di polizza fideiussoria per eventuali danneggiamenti. Una garanzia che suona grottesca, se paragonata alle cicatrici lasciate dalle attività militari.

Ma c’è un’altra battaglia epica combattuta dai pescatori delle marinerie di Teulada e Sant’Anna Arresi nel 2005.

A parlarne è Pietro Paolo Di Giovanni, presidente della Cooperativa pescatori San Giuseppe: «La nostra rivolta nacque perché l’area di fronte al promontorio di Capo Teulada fu interdetta alla pesca per 365 giorni all’anno.

Questo per noi significava perdere il lavoro. Allora ci ribellammo: quando c’erano le esercitazioni militari a mare, noi pescatori ci mettevamo di mezzo e le bloccavamo».

Trenta pescherecci che galleggiavano sullo sfondo di enormi balene grigie. «Per sei giorni – ricorda il pescatore – a luglio 2005, abbiamo resistito.

Al settimo giorno è venuto da noi il sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu e ci ha concesso gli indennizzi».

Questa, però, è una battaglia vinta solo a metà: oggi ognuno di loro prende circa diecimila euro all’anno di risarcimento, ma nessuna bonifica delle acque è mai stata avviata: i pescatori non potranno mai più calare le reti al largo di Capo Teulada. «Il CNR ha condotto uno studio da cui risulta che quel mare è compromesso per sempre» afferma Di Giovanni.

La storia ufficiale racconta, in realtà, che il poligono di Teulada poteva e doveva essere dismesso più di vent’anni fa, quando ancora nel mare si poteva pescare.

L’allora presidente della Regione Sardegna, il sardista Mario Melis, aveva ottenuto l’istituzione di una Commissione paritetica composta da militari e civili che, dopo tre anni di studio, era arrivata alla conclusione – ovvia, eppure mai ammessa prima – che l’isola pagava un prezzo troppo alto alla ragion di Stato e alla Nato.

Nella relazione finale stilata dalla Commissione e controfirmata da Spadolini si parla esplicitamente del «trasferimento del poligono di Teulada in altra zona del territorio nazionale ».  Era il 1989.

Da allora solo un altro presidente della Regione rivendicò con forza il rispetto degli impegni presi dallo Stato: il governatore Renato Soru.

Nel 2004 in una conferenza a Teulada, Soru disse: «Non è più dignitoso che sulla Sardegna graviti il 60% delle servitù militari nazionali. Se siamo una parte di questa repubblica italiana, con gli stessi diritti, con gli stessi doveri, ci deve essere spiegato perché solo noi dobbiamo avere il 60% delle servitù militari».

Fu il secondo colpo, dopo quello di Melis, sferrato violentemente alla pancia delle servitù militari. «In quel momento storico ci illudemmo che avremmo vinto la nostra battaglia – raccontano alcuni cittadini – invece la perdemmo.

Oggi la dismissione della base di Teulada non è più nell’agenda politica della Regione».

Le ultime parole di questa storia sono affidate a Fernanda Sautanas, riportate negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’ uranio impoverito, seduta del 18ottobre 2005. «Ho 65 anni e sono scappata da Roma per trovare pace nella

mia terra.

Purtroppo ho trovato una guerra immonda e impossibile. Si continua a dire che sono solo esercitazioni, mentre si tratta di una vera e propria guerra. A Teulada, durante le esercitazioni, si spara da tutte le parti: dagli aerei, dalle navi, dai sommergibili. Il nostro territorio è venduto agli eserciti stranieri per fare sperimentazioni di cui non sappiamo nulla, che procurano malessere e morte non solo a noi cittadini di Teulada, ma anche ai soldati.

Oggi siamo qui per chiedervi di aiutarci a portare via i poligoni dalla Sardegna. Abbiamo bisogno di protezione. Abbiamo bisogno dello Stato»

Sardegna, poligono di Teuladaultima modifica: 2011-02-28T16:40:56+01:00da reterache
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