Rivoluzioni Nord Africa, serve amicizia

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Dimostriamo che siamo loro amici

 

 

BORIS BIANCHEI

 

Molte settimane sono passate da quando le prime manifestazioni in Tunisia hanno acceso la miccia che ha dato fuoco a Medio Oriente e Nord Africa e solo ora possiamo tracciare il bilancio provvisorio delle cause dell’incendio e delle possibili conseguenze. Conviene cominciare col guardare a ciò che poteva accadere e finora non è accaduto.

I rischi che balzano agli occhi di chi giudica da fuori questo improvviso, estemporaneo e generalizzato movimento di rivolta popolare erano, e sono, soprattutto tre. Il primo è quello che le rivolte degenerino in massacri, che chi detiene il potere sparga il sangue e colpisca indiscriminatamente i civili per far tacere chi leva la voce. Questo, fortunatamente, è successo solo nei primi giorni in Tunisia e in Egitto e non sembra che, con l’eccezione della Libia che vale un discorso a parte, ci siano Paesi che corrono questo rischio visto che finora la violenza non ha portato a risultati.

Con tutto l’onore dovuto ai caduti di piazza Tahrir e delle altre piazze nordafricane e del Golfo, se il vento di libertà che ha soffiato si tradurrà in maggiore partecipazione del popolo alla vita pubblica e più equità nella distribuzione della ricchezza, questo passerà alla storia come un momento politicamente e socialmente colossale ma relativamente poco cruento. Solo sotto questo aspetto – perché altri punti in comune ne ha ben pochi – si giustificherebbe un paragone con l’altrettanto incruenta caduta della barriera tra Est e Ovest avvenuta in Europa più di venti anni fa.

Un secondo rischio è quello dell’insorgere di nuove forme di nazionalismo arabo, di nuove dittature che prendono il posto di quelle cadute o sul punto di cadere e che questi nazionalismi si salvino tra loro. Nulla può escludere, naturalmente, che a una dittatura ne subentri un’altra, ma di nazionalismi isterici e violenti non abbiamo finora avuto dei segni, gli stranieri non sono stati molestati né sono state bruciate bandiere occidentali nelle piazze arabe.

Il terzo rischio, quello senza dubbio più temuto e che ha inquietato fin dal primo giorno le Cancellerie occidentali è quello dell’estremismo islamico. E naturalmente il pensiero va a quanto accaduto a suo tempo in Iran con la caduta dello Scià e con chi ne ha preso il posto. Anche questo rischio non può essere escluso per il futuro, ma anche qui non se ne vedono segni. Il mondo islamico è d’altronde una grande realtà che si riconosce in alcuni valori essenziali, ma che è al suo interno molto diversificata sia sul piano sociale che su quello religioso, tra sunniti, sciiti e wahabiti, mentre le forme estremistiche che hanno preso vita hanno confini territorialmente circoscritti anche se spesso poi li forzano per far proseliti o per colpire il nemico.

La Libia, si è detto, è un caso a sé e vi si sono prodotte reazioni violente fino a causare quasi una guerra civile. Ma va osservato che la dittatura di Gheddafi ha ecceduto ogni altra in lunghezza e ha pervaso profondamente ogni aspetto del Paese (come ha detto lui stesso paragonandosi addirittura a un simbolo quasi religioso) e che la struttura ancora parzialmente tribale della società, e l’assenza di un esercito dotato di propria autonomia, hanno sinora reso più difficile che altrove una transizione verso forme intermedie tra dittatura e democrazia come è avvenuto in Egitto.

Così come le cause di fondo del movimento che scuote il mondo arabo hanno solo alcuni elementi comuni, quali la crisi economica, Internet e un represso antico desiderio di partecipazione al potere, e invece molti elementi di differenziazione, così anche il futuro potrebbe non essere eguale in Egitto, in Marocco o in Algeria, o nei Paesi della Penisola araba. Queste possibili diversità non dovrebbero però impedire a noi in Europa o in America di avere un atteggiamento comune che non sia solo di incoraggiamento e di partecipazione verbale verso dei popoli che scelgono la strada della modernità. Dopo Gheddafi, nessuno sinora nei vari Paesi del mondo arabo ha indicato l’Europa o l’Occidente come un nemico.

Sarebbe ora di dimostrare loro che siamo invece realmente degli amici. Un anno di presenza militare in Afghanistan costa agli Usa e alla Nato settanta miliardi di dollari: basterebbero due miliardi per cambiare le prospettive di sviluppo del Nord Africa. Un fondo di solidarietà, una banca per il sostegno allo sviluppo, se annunciati tempestivamente, dovrebbero servire più di molte parole. E’ giusto ascoltare – come ha scritto ieri l’alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea, la signora Ashton – quello che questi Paesi hanno da dirci. Si potrebbe forse fare anche meglio, un gesto concreto nei confronti di quelli che hanno più bisogno per aiutarli a rimettersi in piedi.

Rivoluzioni Nord Africa, serve amiciziaultima modifica: 2011-02-28T16:54:37+01:00da reterache
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