L’indignazione delle donne

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Ragioni che premono

 Marco Tarquinio Direttore Avvenire 12/2/2011

 

Ebbene sì, se io fossi una donna domenica sarei in piazza. Non per politichetta, ma per amore. E per ribellione del cuore e della mente, da credente e da persona libera. Ci sarei per dignità e senso morale. Certo non andrei per lamentare – come più di qualcuna tra le promotrici – che “è mancato il passaggio del testimone” tra le giovani e giovanissime di oggi e le femministe d’antàn. Ci sarei per dire che non m’interessa un passaggio del testimone, ma ascoltare testimonianze di verità su ciò che è accaduto nel mondo – vogliamo dire nei mondi? – delle donne italiane negli ultimi quarant’anni. Ci sarei con la speranza di ascoltare voci chiare e consapevoli e accenti nuovi e autocritici su una battaglia per la parità uomo-donna che ha dato frutti importanti e dolci, ma anche agri, e che soprattutto – per vederlo basta avere gli occhi – ha paradossalmente prodotto e radicato nella testa di tanta gente d’Italia anche una vasta, sventata e triste “pari opportunità” dell’involgarimento, della libertà declinata sino allo sciupìo di sé. Il peggio dei sogni al maschile trasformato in realtà.

Potrei chiamarla una gratuita perdita di senso e una logica dei sensi a pagamento, anche se temo di sembrare un disco incantato. L’abbiamo scritto così tante volte su queste pagine che ne ho perso il conto. Però c’è tanta di quella verità in questa iperbole amara, in questo lancinante interrogativo morale che insegue e sconfigge pensieri deboli e orgogliose professioni di relativismo, che vale la pena di rifarlo. E allora lascio le parole in pagina, perché – se fossi una donna – domenica sarei in piazza, in quella piazza, per ribellarmi non solo e non tanto al reato ancora da provare in giudizio di un uomo potente e, come lui stesso dice di sé, «qualche volta peccatore», ma alla réclame dell’escortismo che è certa ed è provata e che sta appestando i giornali e ci appesta la vita. Ci sarei per protestare contro la cartellonistica cialtrona che infesta le vie delle nostre città e contro la televisione sconciata e scosciata del velinismo e dei reality guardoni.

Ora che nel reality purtroppo ci siamo tutti, ora che (tra “nominati” e salvati, tra giudici e votanti) la partita è tutt’altro che virtuale, se fossi donna, andrei in piazza fra altre donne per chiedermi – e chiedere ad alta voce – che cosa abbiamo insegnato a quelle tante nostre figlie pronte a considerare la vendita di sé un investimento come un altro – perché un errore terribile c’è stato se siamo arrivati sino a qui, e non è solo di queste ragazze belle e confuse, determinate e senza bussola, figlie di madri liberate o fatte sole, di padri assenti o espulsi, di famiglie provvisorie e risolte, come un problema d’aritmetica o un lampeggiante desiderio. Ma questo, qui accanto, se lo chiede già Marina Corradi. E, come sempre, Marina lo fa trovando accenti coinvolgenti e giusti. Quindi mi fermo qui. Con le mie domande d’uomo e come di donna. Perché la parità che ho imparato è stare assieme e accanto, con uguale altezza e diverso ruolo. Trovando e ritrovando, come in famiglia, il coraggio di guardare e dire il problema vero. E oggi, davanti a un’annunciata piazza al femminile che spero s’arrovelli e non s’arroventi, non ho ragione o torto da dare, ma torti su cui fermarmi e ragioni da indicare.

 

 

 

 

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Compromessa la dignità
del premier, non la nostra

ELENA LOEWENTHAL  12/2/2011

 

Non me la sento di scendere in piazza domani per difendere la dignità delle donne. Né la mia né quella altrui. Non vedo perché. Mi desta persino qualche perplessità la sigla della manifestazione. Non perché la considero una profanazione ­ è il titolo dell’ultimo romanzo di Primo Levi, ma prima ancora un antico adagio rabbinico che invita alla responsabilità. Piuttosto, non colgo il nesso fra questo richiamo all’impegno e l’indignazione che sta alla radice di questa chiamata femminile.

Perché mai le donne si sentono in dovere di difendere la propria dignità, alla luce di quell’oscena realtà che trapela da casa del nostro presidente del Consiglio (o dal suo aereo, o dalle auto della sua scorta, o dal suo telefonino)? Forse che gli uomini ­ nel senso di maschi ­ si sono sentiti in dovere di lanciare una manifestazione per difendere la loro, di dignità? Che a dire il vero mi sembra decisamente più violata della nostra. Loro, hanno per caso sentito l’impulso di prendere le distanze, di chiamarsi fuori da quel modello di maschio lì? Ci hanno forse detto, con rabbia e con dolore e con indignazione, che non sono tutti dei vecchi bavosi incapaci di amare o stabilire una relazione affettiva, e bisognosi invece di palpare parti intime femminili in quantità industriali, per sentire vivo il proprio corpo?

Non mi pare. Eppure, se di dignità parliamo, quella dei maschi ne esce decisamente più malconcia della nostra. Perché in fondo, ma neanche tanto in fondo, in questa storia di festini, nudità, giochi stupidi e prestazioni in cambio di somme niente affatto irrilevanti, il nostro presidente del Consiglio a me pare più preda che cacciatore, più vittima che dominatore. La sua fragilità di maschio mi preoccupa ben più della compulsione sessuale. Quel suo non poter fare a meno di olgettine e palpatine, con l’evidente conseguenza che un folto gruppo di sciacquette più giovani di mia figlia (lui invece potrebbe esser mio padre) dispongono del suo numero di telefono, lo minacciano, lo ricattano e gli fanno pure la morale politica. Se non è caduta di dignità questa, ditemi cos’è.

Quanto a noi donne, perché mai dobbiamo sentirci in dovere di dimostrare che non siamo tutte così, come quelle? A me pare ovvio. Persino bello, pensare che non siamo tutte uguali: vecchie e giovani, brutte e gnocche, intelligenti e oche. Scienziate, commesse, e puttane. Non capisco che cosa ci sia da indignarsi. Se l’emancipazione ci ha regalato una libertà sacrosanta, perché gridare allo scandalo? L’utero è mio e me lo gestisco io, per fortuna. Ma anche la dignità è mia, e me la gestisco io. E non ho intenzione di gestire quella altrui. Certo, sempre che non ci sia puzza di sfruttamento, soprusi, violenze. Ma non mi pare questo il caso, perché qui il coltello dalla parte del manico (e del portafoglio) ce l’hanno le olgettine, mica il presidente del Consiglio. Questo sì che mi preoccupa, ma non per la dignità delle donne. Per l’affidabilità di lui, così facile preda di istinti, ricatti e ingenuità di cui è capace solo chi deve fare i conti con la propria terribile fragilità. Per questo, dunque, non scenderò in piazza per la manifestazione “Se non ora, quando”. Perché non mi sento in dovere né di ribadire né tantomeno di dimostrare che io non sono “come loro” e che non tutte le donne sono “come loro”. Non tutte, ma alcune sì. Con ciò, non mi sento di ingiungere a nessuna, né a quelle che sì, sono così, né alle altre né a me stessa: “ora basta!”. Basta.

 

Commento di Reterache:

Molte delle cose che scrive la LOEWENTHAL sono condivisibili, in particolare La sua fragilità di maschio mi preoccupa ben più della compulsione sessuale. Quel suo non poter fare a meno di olgettine e palpatine, con l’evidente conseguenza che un folto gruppo di sciacquette più giovani di mia figlia (lui invece potrebbe esser mio padre) dispongono del suo numero di telefono, lo minacciano, lo ricattano e gli fanno pure la morale politica.

Non si può invece essere d’accordo con la conclusione dell’articolo. L’errore deriva da una posizione del tutto individualista. La Loewenthal  non coglie o non le interessa  la nefasta influenza del messaggio che esprime il comportamento del Presidente del Consiglio. Tale comportamento corrompe giovani di entrambi i sessi, ma le donne pagano il prezzo più elevato. Non credo che la manifestazione si proponga esclusivamente di mostrare indignazione. Credo si intenda conseguire obiettivi politici, in particolare una opposizione al perpetuarsi di modelli “culturali” che costringono nuovamente le donne in ruoli accessori dell’uomo o addirittura le riporti ad essere considerate strumento di piacere.  

Inoltre la LOEWENTHAL sottovaluta il potere di condizionamento della realtà e del modo con cui la realtà viene narrata. La supposta libertà di scelta ( emancipazione) di ciascuna donna è molto più labile di quanto ella creda e rischia di ridursi sempre più fino ad annullarsi del tutto per molte donne.

Naturalmente molte questioni riguardano anche gli uomini (prostituzione ecc.ra).

 

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Rialziamo la testa unite e coraggiose come ai tempi della Liberazione

 

Se non ora quando è una esortazione bellissima. Credo che istintivamente l’abbiamo pensato anche noi, tanti anni fa,

 

 quando abbiamo sentito che era il momento di alzarci in piedi, noi ragazze di allora, per chiedere riconoscimento di cittadine, di persone, di esseri umani alla pari con quelli di sesso maschile.

 

Io volevo ribellarmi a ciò che mia madre contadina e povera, denunciava con indignazione.

«Una donna non conta niente, anzi meno di niente».

 

Questa era la sua protesta. Per uscire da quel niente ci sono state le donne uccise, quelle torturate o violentate. Ed anche, forse inconsapevoli, tutte quelle che hanno dovuto piangere, che hanno tremato di paura, che hanno sospirato di tristezza per le mille ingiustizie, per i troppi lutti, per le bombe, per la fame, per le insensate distruzioni.

 

Con la Liberazione, a nostro nome ci sono state le “madri” della Patria alla Costituente che hanno scritto tutto ciò che doveva essere scritto per noi e per tutte quelle che sarebbero venute dopo di noi.

 

Negli anni seguenti le staffette, le partigiane, le patriote e le fiancheggiatrici si sono raggruppate nei sindacati e nelle associazioni di donne e hanno continuato l’opera faticosa di dare concretezza ai diritti.

Ci sono state conquiste e passi avanti. Manca ancora molto. Ma ci siamo illuse di esserci assicurate il rispetto e il riconoscimento dovuto.

 

Invece stiamo andando a ritroso.

 

E’ da un po’, Concita, che dalle pagine dell’Unità chiedevi come mai noi donne fossimo così passive. Invece è da tempo che siamo indignate e arrabbiate, ma ci vuole qualcuno che chiami.   Oggi io sarò in piazza, ragazza di tanto tempo fa, insieme alle mie nuore, a mia nipote, alle mie amiche. E farò in modo che vengano tante altre e altri, in questo grande coro di protesta.

 

TERESA VERGALLI, staffetta partigiana

 

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Altri uomini, altre donne

 

L’alba del 21 dicembre del 1969 mi vedeva nascere come padre di una bambina, secondogenita.

Di una “femminuccia”. Di una futura donna.

Il felice evento mi colse soprattutto riflessivo. Mi chiedevo come si crescesse una donna: cosa le avrei insegnato o spiegato del mondo,come avrei potuto contribuire allo sviluppo della sua identità, cosa la differiva dal “figlio maschio”?

Capii molto presto che per rispondere a queste domande, dovevo prima di tutto capire chi fossi io, che padre volessi essere.

Nell’immaginario collettivo i padri siciliani sono per lo più guardiani dell’onore delle figlie. Un immaginario che non stenterei a definire universale.

Ma da subito. Da quel 21 dicembre che mi rese padre siciliano di una donna, sapevo che quell’immaginario non mi includeva.   Quando mia moglie arrivò al terzo parto, il caso mi regalò un’altra “femmina”.

 

Era il 1975 e la donna era ancora sotto tutela del padre, del fratello o del marito.

 

Solo quell’anno, quei diritti che oggi appaiono scontati, diventavano realtà.

 

So con inamovibile certezza che le mie figlie hanno percorso una strada di libertà, di parità, di totale, scontata autonomia. Ed è quel che mi importava sapere.

Sono stato per questo oggetto di critiche nell’ambito dell’ampia parentela, ma ho tirato dritto, nella mia ferma convinzione che la differenza di sesso non può tradursi in meno diritti alla donna.

 

C’è una donna oggi, nata quel 21 dicembre, parte di una coppia di fatto, madre di due figlie.

So che se avesse deciso di sposarsi, mai l’avrei accompagnata lungo la navata centrale di una chiesa, e questo perché non vantavo una tutela su di lei da trasferire a qualsivoglia altro uomo.

Così come non proverei alcun piacere in quel simbolico passaggio di consegne nel caso in cui decidesse la seconda di percorrere quella navata.

Il piacere massimo che ho provato negli anni è stato riconoscere in loro la mia stessa curiosità per il sapere, la stessa passione nella partecipazione attiva alla res pubblica. Tutto questo, carissima “direttora”, se mi permette, per testimoniare la mia esistenza in quanto padre siciliano, italiano, e delle mie figlie.

Oggi persino nonno di tre future donne. E ci sono loro, non più bambine, che felicemente accompagnerò sotto braccio, con una sciarpa bianca al collo, stamane nella nostra piazza di Messina.     Nella nostra piazza italiana. Per testimoniare, ricordare che ci sono altre donne. E altri padri

BRUNOMODICA

 

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Tutti i sultani attorno a noi

 

Gentilissima Concita, non so neppure se sarà Lei a leggere queste, mi scusi mi viene da chiamarLa per nome, in quanto donne, in quanto, lei, Donna meravigliosa e di cui mi sento orgogliosa come italiana di avere come rappresentante, anche e sopratutto nel mondo dei media dove le donne non arrivano quasi mai a dirigere,ma ne diventano solo strumento d’uso….

Mi presento:sono Rosy Nardone,una delle tantissime ricercatrici precarie dell’Università che sta per “morire”, per”non esistere più” perche il precariato va combattuto (ed è vero ed è ciò che faccio quotidianamente), ma questo governo ha trovato la soluzione più facile, più comoda e rapida(come su tutto, del resto) ovvero eliminando direttamente i precari!!!

Così, dopo 10 anni di semina,di investimento di passione, amore, motivazioni, fatiche, sacrifici (sono anche madre), pendolarismi quotidiani, mi ritrovo, a 40 anni quasi, a sentirmi dire “no, ci dispiace, ma lei non può più partecipare alle ricerche perchè ha la colpa di essere arrivata fin qui da precaria e dunque non rientra nei requisiti dell’ art.18 del DDL Gelmini in vigore dal 29 gennaio”.  

Sicuramente è gravissimo e non certo diffuso negli altri Paesi europei, che una studiosa sia ancora precaria dopo un dottorato di ricerca, dopo un post dottorato, dopo docenze a contratto, dopo partecipazioni a convegni, ricerche europee, ecc…

Già, ma la colpa di questo la paghiamo noi e non certo il sistema che l’ha causata.

Tra l’altro io ho la “sfortuna” di occuparmi di tutto ciò che questo Governo sta demolendo (didattica, educazione, innovazione), dunque non c’è proprio alcun motivo per continuare ad investire su di me da parte dello Stato….

E, dunque, sono qui alla vigilia della così desiderata e indispensabile manifestazione del 13 febbraio, a domandarmi e a riflettere su quanti sultani sono presenti in tutti i luoghi di lavoro, anche laddove dovrebbe regnare etica, cultura e consapevolezza per eccellenza, e quanto, in fondo, questi sultani sono e rimangono tali perchè sostenuti da noi stesse donne di quei luoghi di lavoro.

E quanto la condizione di migliaia di precarie della conoscenza (come ci definiscono) sia frutto non tanto e solo delle indefinibili manovre del Governo attuale (che ha contribuito ad accelerare il processo) ma sia, in realtà, costruito dal “didentro”delle Istituzioni che dovrebbero, invece, rispettarci, tutelarci…

Purtroppo è molto più semplice rendersi conto delle dinamiche di sottomissione e di favoritismi quando sono barattati così, alla luce del sole,con favori sessuali, con lo scambio del proprio corpo.

Molto complesso e problematico risulta, invece,quando sono le menti, gli atteggiamenti intellettuali delle donne a sottomettersi a quelle dei sultani, a dipendere da loro…

Sento, dunque, un grande dolore dentro, perchè allo stato attuale le donne continuano ad essere coloro che pagano il prezzo più alto, sia come vittime che come complici consapevoli o meno…

Mi scusi lo sfogo e lo sconforto: di solito sono una persona molto ottimista, “visionaria” di possibilità e forse proprio per questo sono ancora più arrabbiata, avvilita, affranta come madre, come moglie,come lavoratrice e cittadina onesta. Come donna italiana….

Oggi è, come dice Franco Cassano, uno di quei giorni “in cui ti senti in esilio, in cui nulla o nessuno riesce a farti tornare in patria…Ci sono i giorni-vigilia, dei conti alla rovescia, delle sfide attese e temute…”

Come possiamo fare per far cadere tutti i sultani delle nostre vite?

 

ROSY NARDONE

 

L’indignazione delle donneultima modifica: 2011-02-13T09:44:35+01:00da reterache
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