La malattia del Caimano

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Figuranti e Barbablu

di Concita De Gregorio

Abbiamo scritto molte volte che il veleno letale sarebbe stato nella coda. Che il pericolo sarebbe stato tanto più grande quanto più forte la paura della fine. La malattia del Caimano – la solitudine, l’orrore dell’impotenza, il delirio di onnipotenza e la violenza di chi sa solo corrompere e comprare, la protervia triste di chi non conosce la gratuità dei piaceri né dunque dell’Amore, qui solo un logo depositato, comprato anche quello – non prevede un’uscita di scena responsabile, non ci sono gesti di altruismo né di compassione in questa storia, non ci sono sentimenti che non siano la rabbia e il privato furore di rivincita. Che la storia sia all’epilogo, per quanto lungo ancora possa essere, lo si deduce senza possibilità di errore dalla frenetica chiamata alle armi di vassalli e valvassori, di scudieri e scriba, di figuranti e barbablù tutti al soldo dell’impresario mangiafuoco, tutti sull’attenti a prendere ordini e ciascuno per la sua parte ad eseguire: intelligentissimi, alcuni, autentici genii della storia patria il cui contributo intellettuale al progresso del Paese si è purtroppo ridotto alla messa in scena di alcuni numeri da circo, oltretutto ciclicamente gli stessi. Molto meno brillanti, altri, ma utili anche loro a reggere code e microfoni: devoti in specie quelli pagati dalla collettività, eletti negli euro o nei micro parlamenti, nominati nelle tv pubbliche, portati in volo sull’aereo del padrone o in subordine rimborsati in nota spese a piè di lista. Il Tg1 della sera, in apertura, ha ceduto ieri per un quarto d’ora la parola ad un giornalista reduce dal consiglio di guerra nello studio privato del Signore: opportunamente “briffato”, come dicono le ragazze beneficiarie di altri seggi in cambio della tenacia con cui vincono l’impulso a vomitare, il giornalista ha opportunamente riferito agli italiani. Nei giorni precedenti si era divertito ad allestire un numero di madri contro figlie, femministe di ogni classe d’età, a distribuire etichette di beghine e puttane per il gusto estetico, immagino, di godersi il suo stesso spettacolo. Oltre che per rendere un servigio, certo. Nelle stesse ore altri servitori con alti e altissimi incarichi annunciavano, dopo la promessa del Capo di far causa allo Stato, appelli alla corte dei diritti umani, tribunali internazionali, presto forse Amnesty international. Altri uomini di fatiche scrivevano l’ultimo e più appropriato testo di legge per mettere al riparo il principale da ogni tipo di processo: scudo totale.

L’epilogo del Caimano, quando uscì nelle sale, sembrò ad alcuni eccessivo. Era una profezia gentile, invece. Ce ne parla oggi Nanni Moretti: il presente è già peggio di così. L’asserragliato anziano leader ha disposto che quel film non passasse in tv, la Rai ha eseguito. Deve aver visto “Le vite degli altri”, invece, l’altra sera: ecco da dove ha tratto ispirazione per l’ultimo discorso da statista. Sarebbe un’interessante battaglia fra cinefili se non fosse, tragicamente, la vita vera di un paese reso ridicolo, ingannato, stremato. Attenzione, perché non è ancora finita. Sono capaci di fare qualunque cosa, hanno tutto da perdere, e la faranno

La malattia del Caimanoultima modifica: 2011-02-11T14:21:18+01:00da reterache
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