Il caso Napoli

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IL CASO NAPOLI

È ora di reagire e ripartire dalla denuncia e dall’impegno civile

 

Nel segno dei padri

Tre le questioni cruciali da affrontare:

la ripresa del sapere e delle conoscenze applicate, la ripresa

delle produzioni di beni e servizi e la difesa dell’ambiente

 

In tanti cittadini napoletani c’è vera indignazione per le ultime vicende della politica locale. Ma c’è anche l’amara consapevolezza che sono uno dei troppi portati di una crisi lunghissima del nostro Mezzogiorno.

Perciò – mentre resta all’ordine del giorno la penosa questione delle primarie – il Pd fa molto bene a discutere a fondo la politica per il Mezzogiorno.  Con cui è tempo di fare davvero i conti.

Il che significa dare parola a ciò che è accaduto negli ultimi venti anni: un tracollo del nostro Sud.

Infatti paghiamo decenni di costante de-industrializzazione non contrastata da investimenti innovativi pubblici e privati e da piani strategici di riqualificazione urbana come in altre aree europee e italiane.

E’ prevalsa la rendita finanziaria rispetto agli investimenti produttivi.

E’ venuto a mancare il sostegno alla fragile rete di piccole e medie imprese.

Non è riuscita ad imporsi una cultura della legalità, del merito e della concorrenza mentre l’ambiente è stato rubato al futuro.

E si è riproposta, aggravata, la storica questione delle classi dirigenti meridionali.

La grande maggioranza del ceto politico meridionale, infatti, ha progressivamente dato luogo – insieme a vaste parti degli apparati pubblici e degli interessi corporativi e speculativi – a una nuova versione dell’antico “blocco” di potere sociale e politico, ora fondato sulla spesa pubblica, sulla rendita finanziaria e anche sugli immensi profitti del malaffare, come mostrano gli scioglimenti coatti degli enti locali, le inchieste giudiziarie, gli studi sull’«intermediazione impropria».

 

 

 

Tale blocco persegue i propri interessi attraverso le clientele elettorali e il sistema dei «pacchetti di voti» controllati entro un reticolato di fedeltà e gerarchie costruito intorno a un sistema di privilegi parassitari.

 

Così, questo ceto si è, progressivamente, fatto «trasversale» alla divisione tra destra e sinistra, travolgendo le aspettative di innovazione e riprendendo pienamente il carattere trasformista del notabilato meridionale entro le nuove condizioni del potere urbano.

Perciò: al di là delle singole vicende, è questo complesso nodo che va oggi spezzato.

Si tratta di pensare finalmente a liberare le forze sane del Mezzogiorno.

Togliere dall’isolamento la borghesia imprenditoriale.

Superare la paralisi dell’azione pubblica imposta dai blocchi di potere locale.

Invertire il trend che ha visto la spesa pubblica prima diminuita, parcellizzata e burocratizzata e poi il crescente, violento attacco di un federalismo ingiusto che oggi sta drenando budget pubblici e disponibilità di crediti dal Mezzogiorno.

E soprattutto porre – in termini nuovi – il problema dello sviluppo produttivo locale, come base per combattere decenni di disoccupazione, in particolare femminile e giovanile, di monoreddito nelle famiglie, di povertà che oggi riguarda oltre un quarto della popolazione.

E si tratta di rimettere in moto la formazione professionale e i legami, oggi inesistenti, tra scuola, ricerca, produzioni e mercati.

Tutto questo significa una battaglia campale contro il precariato e il lavoro nero in ogni settore, una iniziativa di civiltà contro tutte le forme di caporalato rurale e urbano semi- schiavistico nei confronti dei lavoratori immigrati, azioni integrate moderne per trasformare le vaste periferie urbane che sono divenute luogo permanente dell’emergenza sociale.

E significa la lotta senza quartiere contro le reti della finanza illegale e criminale, sostenute dalle molte mafie armate.

Chi vive a Napoli oggi sente che lamentarsi non basta più. È tempo di reagire, fare, trovare vie di uscita.

In queste settimane – non solo a Napoli – si nominano i nostri genitori, i nostri nonni. Più spesso del solito.

Cosa avrebbero detto, cosa ci consiglierebbero? Nel mio quartiere, una signora anziana che conosco da anni, che ha lavorato una vita come camiciaia, mi ha fermato con quel garbo sapiente che è solo di certi momenti, di certi incontri e mi ha detto: «i vecchi l’hanno passata peggio, ce la faremo anche noi, ma dobbiamo inventarci cosa si deve fare e come».

Questa come altre voci chiamano ad andare oltre lo sgomento, l’indignazione e la paralisi. E a misurarsi su tre questioni universalmente riconosciute come cruciali: la ripresa del sapere e delle conoscenze applicate, la ripresa delle produzioni e la difesa del nostro ambiente.

Vale a Napoli e ovunque. È tempo di smettere di farci distrarre da altro e piangerci addosso.  È tempo di concentrare lo sguardo, la proposta e l’azione su queste cose qui.

Come ha fatto Obama nel discorso alla nazione. Come indicato dall’invito di Giorgio Napolitano a concentrarsi sul rilancio dell’economia reale.

Insomma, oggi la politica è chiamata a domandarsi a quali condizioni è possibile la ripresa delle produzioni di beni e servizi a Napoli e nel Sud.

Perché senza industria e imprese corrette non c’è futuro. Perché oggi, dopo cinquecento anni, i grandi flussi commerciali hanno ripreso ad attraversare il mediterraneo e Napoli può diventare una città industriale del terzo millennio, che salvaguardi i diritti e sia competitiva nel produrre.

È una grande questione nazionale.

Napoli salva se stessa se riprende a fabbricare, in modo attento al carattere globale delle produzioni e dei mercati ma anche alla civilizzazione dell’economia che è legata alla qualità della vita: salute, servizi fruibili, apprendimento in tutte le età, difesa e rigenerazione dei luoghi e dei beni collettivi, sanità dell’ambiente.

E riconquista del saper fare e del potere vivere in pace per tanti ragazzi e ragazze oggi violentemente esclusi dalla speranza.

La città possiede un sapere ricco e le forze necessarie a questa prospettiva. Ma vanno liberate dalle zavorre culturali e politiche che le stanno soffocando. La sfida di Napoli è questo.

Il caso Napoliultima modifica: 2011-02-11T14:23:23+01:00da reterache
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