Inflazione alimentare

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ECONOMIAGLOBALE

 

La tempesta perfetta? Arriverà per un tozzo di pane.

 

Soia, zucchero, granturco sono cresciuti del 30- 40%: per le economie emergenti sono impennate pericolosissime

 

In Asia e in Medio Oriente tutti gli occhi sono puntati sui prezzi delle

derrate alimentari: la nuova crisi arriverà da lì

 

Loretta Napoleoni (economista)

 

Mentre a Davos i magnifici sette dell’economia mondiale si apprestano ad investire nel settore energetico russo per aiutare l’ottavo membro del G8 ad uscire da una crisi finanziaria creata dal dilagare in Russia della corruzione e dell’economia sommersa, in Asia e nel Medio Oriente tutti gli occhi sono fissi sui prezzi delle derrate alimentari, che continuano a crescere.

Negli ultimi sei mesi quello della soia è salito del 46% mentre quelli dello zucchero e del granoturco sono aumentati del 35%.

Nelle economie emergenti,dove gran parte del reddito della popolazione viene speso per nutrirsi, queste impennate sono pericolosissime, specialmente se si verificano in concomitanza di fremiti democratici.

La rivolta in Tunisia, la cui miccia è stata proprio la decisione di un ambulante di immolarsi perché gli era stato tolto il carretto di beni alimentari, è l’elemento nuovo che potrebbe trasformare la ripresa dell’inflazione alimentare in una tempesta politica perfetta.

A dicembre del 2010, la FAO la lanciato il primo allarme quando il suo Food Price Index, che riassume l’andamento delle derrate alimentari più importanti quotate in borsa, ha superato il picco raggiunto nel giugno 2008, all’apice della crisi alimentare.

Se i poveri del mondo non sono ancora scesi in strada al grido di «pane, pane», come avvenne due anni e mezzo fa, è solo perché il prezzo del riso – alimento centrale per la dieta di ben tre miliardi di persone – è rimasto abbastanza stabile.

Ed è proprio questa «stabilità» che i regimi autoritari del sud del mondo e le economie emergenti vogliono garantire con nuove politiche anti inflazioniste.

Da settimane, dunque, assistiamo al varo di misure straordinarie:

·         l’Indonesia ha rimosso i dazi all’importazione per ben 50 prodotti reputati importanti per la dieta nazionale, tra questi c’è il grano, la soia ed alcuni mangimi animali;

·         la Corea ha abbassato quelli imposti su cacao e latte in polvere mentre

·         l’Algeria li ha tagliati per le importazioni di zucchero ed oli vegetali;

·         Cina ed Egitto invece hanno ridotto l’esportazione di riso imponendo una serie di quote, e

·         la Giordania, memore delle rivolte alimentari del 2008, ha calmierato il costo energetico, quello dello zucchero e del riso;

·         la Russia, infine, ha proibito l’esportazione di grano.

Accanto a queste misure di breve periodo ce ne sono altre che mirano a proteggere la spesa della popolazione nel medio e lungo periodo.

·         L’India ha accumulato abbastanza riserve di grano da soddisfare la domanda interna per due mesi e mezzo.

·         La Corea ha varato un programma per aumentare l’offerta di abitazioni a basso costo per ridurre la proporzione di reddito dedicata a questo bisogno.

·         Il Messico e la Cina sono addirittura entrati nella fossa dei leoni: a dicembre il primo ha esercitato una serie di opzioni sul mercato dei futures del mais per evitare l’aumento del costo delle tortillas dovuto a quello del granoturco.

 

Come nel 2008, infatti,

 

alla radice dell’inflazione alimentare non c’è un grosso squilibrio tra domanda ed offerta mondiale, ma la speculazione selvaggia nel più importante casinò alimentare del mondo, i futures di Chicago.

 

E dato che in due anni nessuna misura è stata presa per proteggere agricoltori e consumatori, uno dei modi per mantenere piena la pancia dei propri cittadini ed evitare rovesciamenti governativi è proprio quello di sedersi alla roulette alimentare!

Ed è lì che si decidono le sorti alimentari del mondo.

 

Negli ultimi mesi i disastri naturali, la domanda proveniente dai mercati asiatici e nuovi investimenti nel settore agricolo hanno creato una serie di aspettative al rialzo.

Ad agosto, quando si sono verificati gli incendi in Russia, i mercati finanziari hanno predetto per l’autunno inverno uno squilibrio tra domanda ed offerta anche se l’esportazione russa poteva essere facilmente compensata da altri paesi produttori e nonostante la domanda globale del sud del mondo sia scesa.

Secondo i dati della Fao nel 2010, per il terzo anno consecutivo, i 77 Paesi a forte deficit alimentare hanno registrato una crescita sostenuta nei raccolti di cereali (+ 2,5 per cento).

Quindi nella stagione 2010/2011 ne importeranno molto meno: la revisione è di 87milioni di tonnellate di cereali in meno rispetto ai due anni precedenti.

Tuttavia è bastato che i bollettini di banche ed hedge funds divulgassero una serie di aspettative al rialzo per far riversare ingenti quantità di denaro sui futures alimentari, un fenomeno che ne ha fatto gravitare i prezzi.

Dato che nel mondo globalizzato ormai tutti conoscono ed hanno accesso alle quotazioni del mercato a termine di Chicago, gli agricoltori basano i loro prezzi sui valori dei futures e non sui contratti reali, ecco perché oggigiorno molti immagazzinano i prodotti invece di venderli, pratica molto diffusa anche nel 2008.

A dicembre in Spagna i granai erano stracolmi ma nessuno era disposto a vendere perché le previsioni di Chicago erano per un’impennata dei prezzi a gennaio.

I futures si sono quindi trasformati in una sorta di profezia che si auto avvera per la finanza mondiale.

Difficile contrastarne la potenza senza una riforma che ne limiti l’accesso a chi produce e commercia in questi prodotti come ha suggerito la CFTC, Commmodtities Futures Trading Commission, l’organo che regola le transazioni della borsa di Chicago.

Oggi una concentrazione sempre maggiore della ricchezza mondiale finisce sul mercato delle materie prime, dove una serie di indici permette di speculare senza rischi eccessivi ma con rendimenti crescenti.

Il mercato a termine è uno strumento ideale per farlo, si scommette sul prezzo del grano o dei cereali a uno o tre mesi e ci si copre, nel caso si sia fatta una previsione sbagliata, acquistando opzioni che altro non sono che vere e proprie assicurazioni.

In questo modo si azzera il rischio, tutt’al più si perdono i soldi dell’opzione, ma non si perde il capitale.

Ma lasciamo parlare i dati: nel 2010 chi ha investito nei futures americani sul frumento ha ottenuto un rendimento annuo del 47 per cento, su quelli del grano il 50 per cento, su quelli legati al prezzo della soia il 34 per cento.

Per i fortunati che hanno soldi da investire non c’è metodo migliore per farli fruttare!

Inflazione alimentareultima modifica: 2011-01-28T15:00:33+01:00da reterache
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