Pd, la sfida della concretezza

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Il nuovo PD, la sfida della concretezza

Paolo Pombeni, Il Messaggero

 

IMMAGINARSI il futuro di questi tempi è un’impresa ardua, ma si capisce che chi vuole fare politica come chi deve cercare di interpretarla fa fatica a sottrarsi alla richiesta.

 Ecco dunque che dopo la nuova discesa in campo di Veltroni al Lingotto più o meno tutti si chiedono cosa sarà del Pd e della sua leadership.

Si è ancor più spinti a farlo da una contingenza che, se vede la figura di Berlusconi in difficoltà, continua a registrare, almeno stando ai sondaggi, una rimarchevole tenuta nel consenso al Pdl.

Ce n’è abbastanza per concludere, in maniera un po’ affrettata, che quella tenuta è spiegabile con una diffidenza verso la capacità di leadership alternativa del maggior partito di opposizione e che dunque il problema è poter mettere in campo un politico che assuma i tratti e l’identità dell’ “anti-Berlusconi” per eccellenza.

Di qui il successivo passaggio, anch’esso, a nostro modesto parere, azzardato: il Pd deve trovare un nuovo leader, perché Bersani quei panni non li sa vestire davvero bene, perché non è in grado di “farci sognare”, perché è poco incline a quella politica spettacolo che cerca sempre di rifilarti i guru di turno, anche se sono sfiatati come gli Hart e i Giddens e compagnia bella.

Allora ecco i commentatori a buttarsi nel paragone col Midas, quando il vecchio Nenni si fece mallevadore del rinnovamento generazionale del Psi, portando sulla scena non solo Craxi, ma vari altri “giovani”, come adesso si dovrebbe fare nel Pd strizzando l’occhio ai “rottamatori”.

 
Eppure nella “storia” non è questo l’esempio pregnante a cui è opportuno ricorrere. Al contrario, spesso dopo i fasti dei politici molto “carismatici” nel senso classico del termine, succedono personaggi che si caratterizzano per il linguaggio spoglio della concretezza e dell’antiretorica.

Possiamo citare un famoso caso classico, la sconfitta nelle urne nel 1945 di Winston Churchill, vincitore della guerra e leader acclamato, ad opera del leader laburista Clement Attlee, indubbiamente poco carismatico, ma che presentava un programma di ricostruzione centrato su bisogni della gente, invece dei sogni di gloria “imperiale” del premier in carica.

O ancora, prestare ad un altro case interessante, la successione di Pompidou a De Gaulle, anche qui nel segno di una maggiore concentrazione sui problemi concreti del suo Paese dopo il sussulti del 1968-69.

Almeno sulla carta Bersani avrebbe le caratteristiche per incarnare il politico che serve dopo l’ubriacatura dei grandi sogni ed a fronte di una realtà interna ed internazionale dominata dalla necessità di una riorganizzazione della nostra sfera economica e sociale.           Viene da quel riformismo emiliano di sinistra che negli anni Sessanta e Settanta accettò con successo la sfida della modernizzazione (come è ridotto adesso è un altro paio di maniche), ha esperienze robuste di amministratore locale in un momento in cui il federalismo, ma la contingenza più in generale, sposterà l’asse della ricerca di soluzioni politiche verso il decentramento dei poteri di governo, è stato un apprezzato ministro economico nei governi Prodi, contribuendo a quella politica del fare che essi tentarono, per quel tanto che fu loro consentito da una coalizione piuttosto sgangherata.

            Come mai Bersani non riesce ad imporre questa leadership al di fuori della sua maggioranza interna nel partito, e soprattutto non riesce ad imporla a livello di opinione diffusa, nonostante nelle sue performance televisive sia sempre di buona qualità comunicativa?
Una risposta immediata è che in troppi fra i commentatori ragionano secondi i vecchi schemi, cioè aspettandosi che Berlusconi possa essere battuto solo da un suo clone di sinistra, da un affabulatore di pari livello.

            Un risposta più meditata potrebbe invece richiamarci il fatto che troppo spesso né Bersani né i suoi consiglieri credono fino in fondo alla strategia comunicativa del mettere in rilievo le doti della politica della concretezza e finiscono quantomeno per annacquarla con un po’ di qucll’antiberlusconismo a buon prezzo che si crede imposta dalla concorrenza sull’estrema sinistra.

Eppure la prima regola del vero leader politico è avere fiducia nella capacità della gente di cogliere il “suo” messaggio scartando gli altri.

            Berlusconi, piaccia o meno, questa fiducia l’ha sempre avuta e lo sta dimostrando ora in un momento per lui molto sfavorevole (e, sinora, con ottimi risultati dal suo punto di vista).

            Bersani deve mostrarne altrettanta, perché il Paese alla fine capirà che non è più tempo di sregolatezze, ma che solo con una coerente coesione sociale e un robusto senso di responsabilità, individuale e collettiva, si vincerà la sfida di questi tempi difficili.

E su questo terreno che avverrà la battaglia per la costruzione della nuova egemonia, non sulla illusione che si possa fermare l’orologio della storia tornando ai privilegi dell’età dell’abbondanza.

Naturalmente lo si può fare “da sinistra” mettendo avanti la necessità di salvaguardare la solidarietà e l’equilibrio sociale, lo si può fare “da destra” chiudendosi nella difesa delle roccaforti che sono più in grado di superare la contingenza e lasciando gli altri al loro destino (come fa il partito veramente “alternativo” nella guida della transizione, che è la Lega).

Per tutti i contendenti però il tema di fondo sarà quello di acquisire la fiducia di coloro che non sono già, per posizione o per istinto, dalla propria parte. Qui si giocherà la vera partita per la leadership del governo della transizione e qui Bersani ha, se vuole, buone carte da giocare.

Pd, la sfida della concretezzaultima modifica: 2011-01-24T20:56:59+01:00da reterache
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