India, il suicidio dei contadini

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Il suicidio dei contadini: quell’India senz’acqua che si toglie la vita

 

ALEX RENTON   The Indipendent

 

Oltre duecentomila vittime secondo i dati ufficiali. Ecatombe silenziosa mentre la terra muore con chi non può coltivarla.

 

Naryamaswamy si avvicinò alla credenza e prese un barattolo di insetticida. Poi sotto gli occhi della moglie e dei figli lo bevve.

«Non so quanto aveva preso in prestito. Glielo chiesi, ma non mi rispose», dice Sugali Nagamma con il piccolissimo nipotino che le gioca tra i piedi.

«Gli dicevo: “non preoccuparti, possiamo anche vendere il sale che abbiamo in tavola”».

La signora Nagamma, 41 anni, ci mostra una foto del marito – un bell’uomo con la pettinatura alla Elvis Presley – il giorno del matrimonio, 25 anni fa. «Da un mese era infelice, ma quel giorno era veramente depresso.

Ho cercato di strappargli il barattolo dalle mani, ma non ci sono riuscita. È morto sotto i nostri occhi.

Il capo famiglia morto dinanzi alla moglie e ai figli: riesce ad immaginarlo?».

La morte di Naik, un piccolo proprietario dell’Andhra Pradesh, uno stato dell’India centrale, avvenuta nel luglio 2009 è solo una delle tante tessere del mosaico.

Nell’ultimo decennio si sono tolti la vita in India quasi 200.000 contadini.

Come Naik, un terzo ha usato l’insetticida che causa una morte tremenda con vomito e convulsioni.

I dati sul numero dei suicidi sono delle autorità indiane. Ma il giornalista Palagummi Sainath è certo che i dati sono sottostimati e che la situazione sia molto peggiore. «È come un’epidemia », dice dopo uno dei tanti viaggi nell’Andhra Pradesh e nello stato di Maharashtra.

«In India si suicida un contadino ogni 30 minuti e talvolta si uccidono tre persone nella stessa famiglia».

Dal momento che la rilevazione dei dati varia da stato a stato, molti suicidi non vengono registrati.

In alcuni stati dell’India, le numerose donne che si tolgono la vita non vengono registrate come “contadine” anche se è in quel modo che si guadagnavano da vivere.

Sainath è un esperto di povertà rurale in India, insignito di riconoscimenti internazionali, un personaggio famoso in tutta il Paese grazie anche agli articoli che scrive per il quotidiano The Hindu.

Lo incontro in occasione della proiezione di un documentario sull’epidemia di suicidi e su alcune delle più stridenti disuguaglianze dell’India moderna.

«La povertà ha aggredito l’India rurale, i contadini che un tempo riuscivano a mandare i figli all’università, oggi non sono nemmeno in grado di mandarli a scuola.

In India ci sono 600 milioni di poveri e un numero di miliardari superiore a quello della Gran Bretagna.

La ricchezza non ha raggiunto tutti gli strati della società».

I problemi più gravi, stando a quanto dicono le famiglie, sono i debiti e i cattivi raccolti.

Le cause della povertà sono complesse. Sainath sottolinea il prolungato crollo dei mercati dei prodotti agricoli.

Circa metà dei suicidi si verificano nei quattro stati indiani dove si coltiva il cotone.

 

Il prezzo del cotone, dice Sainath, è un dodicesimo rispetto a 30 anni fa.

 

Anche Vandana Shiva, una scienziata molto attiva in politica, crede ci sia un nesso diretto tra i suicidi e il diminuito prezzo del cotone:

il fenomeno si è manifestato nel 1997 quando il governo indiano ha eliminato i sussidi a favore dei coltivatori di cotone.

Nello stesso periodo fu anche introdotto il seme geneticamente modificato. «Tutti i suicidi possono essere ricollegati alla Monsanto», dice Vandana Shiva, aggiungendo che

 

il Cotone modificato Bt della multinazionale ha causato i pessimi raccolti e la povertà in quanto andava utilizzato con i fertilizzanti e i pesticidi.

 

Allo stesso modo la pensa il Principe di Galles. La Monsanto nega affermando che la poverta’ rurale indiana ha molteplici cause.

Aldilà delle contrapposte opinioni, in questa vicenda gioca un ruolo importante il clima.

Il clima dell’India, sempre complicato al nord dalla catena dell’Himalaya e nel resto del sub-continente dagli oceani, è stato negli ultimi anni particolarmente imprevedibile.

Nel Rajasthan,nord-ovest dell’India, una siccità durata dieci anni è finita solo quest’anno mentre in gran parte dell’India gli annuali monsoni per ben tre volte nell’ultimo decennio non si sono presentati all’appuntamento.

I 600 milioni di contadini e i poveri dell’India sovente si identificano: basta un cattivo raccolto per prosciugare tutti i risparmi e far perdere la terra ai contadini.

Quando questo accade, praticamente non c’è modo per riprendersi.

La siccità seguita all’assenza dei monsoni cui ho assistito nel 2009 nell’Andhra Pradesh è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha indotto Naik al suicidio.

Queste tragedie oltre alla vendita delle bambine date in sposa e dei bambini costretti a lavorare sono le conseguenze più drammatiche.

Ma assai più comune è il destino di decine di milioni di famiglie di contadini costrette a trasferirsi in città ingrossando le fila dei poveri, dei senzatetto e indebolendo la struttura agricola del Paese. Il mese scorso mi sono recato in un villaggio idilliaco, Surah na Kheda, nel distretto di Tonk, stato del Rajasthan.

Quando siamo arrivati era il tramonto e le casette bianche luccicavano mentre nei cortili le donne in sari smaglianti mescolavano il latte per fare lo yogurt e il burro.

Le figlie impastavano la farina per fare i chapatti che si mangiano a colazione.

Ma una cosa ci ha colpito: il villaggio era quasi disabitato. C’erano gli anziani e i giovanissimi, ma praticamente non c’era un uomo adulto.

Metà del villaggio, circa 60 uomini e molti ragazzi, si era trasferito a Jaipur, capitale dello stato, in cerca di lavoro.

Anche se era vicina la festa di Diwali, nessuno attendeva vicini o parenti in visita.

Prabhati Devi, 50 anni, ci ha detto che quattro dei suoi sette figli se ne erano andati insieme agli altri.

«Hanno dovuto», ci ha detto. «Venti anni fa coltivavamo tutto quello che ci serviva e vendevamo anche quello che avanzava. Ora non possiamo coltivare il frumento né i legumi né le carote perché non piove a sufficienza.

E allora siamo costretti ad andare in città per trovare qualche spicciolo».

Appariva affranta mentre ci parlava dei danni causati da dieci anni di siccità.

«Ti uccide. Prima riuscivamo ad affrontare i periodi di siccità. Arrivavano ogni quattro anni e ci preparavamo per tempo.

 Facevamo provviste di cereali e poi ce li dividevamo.

In passato se la tua bufala non faceva più latte i vicini ti davano una mano.

Ma oggi la gentilezza non è più possibile».

 

Ho visto l’altra faccia della medaglia di Surah na Kheda sotto un cavalcavia di Jaipur.

Qui la mattina presto centinaia di uomini e di ragazzi, contadini provenienti da tutta l’India settentrionale, si riuniscono per offrire le loro braccia a giornata all’edilizia.

Molti dormono sotto il cavalcavia e lo si vede dai vestiti stazzonati.

L’aria era tesa e puzzava di droghe e di alcol a buon mercato.

Shankar Lai, uno degli emigrati di Surah Na Kheda, sorseggiava un té sotto il cavalcavia in compagnia di una dozzina di giovani del villaggio in attesa di un possibile lavoro.

«Se riprendesse a piovere torneremo a fare i contadini. Ma riprenderà a piovere?. Tra dieci anni non ci sarà più nemmeno il villaggio. Si saranno trasferiti tutti in città. O saranno tutti morti».

Gli uomini lavorano per 150 rupie (3 euro e mezzo) al giorno ristrutturando alcune case alla periferia di Jaipur. Con i tempi che corrono è un buon lavoro e hanno trovato tutti un posto dove dormire.

In un altro cantiere abbiamo incontrato una famiglia contadina composta da sette membri che dormivano per terra.

La madre e la nonna lavoravano per un euro e mezzo al giorno trasportando cemento e mattoni sulla testa.

In un edificio ancora in costruzione un piccolo dormiva nella polvere accanto all’impastatrice del cemento.

Molti dei lavoratori nei cantieri erano bambini, alcuni di appena 12 anni.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale, nell’ultimo decennio è aumentato di 20 milioni il numero di indiani che soffrono la fame e metà dei bambini indiani è sottopeso.

Secondo alcune analisi l’India, per altri versi in tumultuosa crescita, se la cava peggio di Paesi poverissimi, come la Liberia o Haiti, nell’affrontare il problema della fame. Ma considerata l’ampiezza della crisi del mondo rurale, ci si chiede in che modo l’India darà da mangiare ai cittadini.

Il problema non colpisce solo i poveri. Tutticonvengono sul fatto che in India negli ultimi venti anni sono intervenuti profondi cambiamenti climatici.

Meno certe sono le cause. Siamo in presenza del cosiddetto “cambiamento climatico”? Ma presso l’Istituto del Rajasthan per gli Studi sullo Sviluppo, Surjit Singh è convinto che le bizzarrie del clima abbiano a che vedere tanto con il cambiamento climatico quanto con i diversi metodi di coltivazione, con l’aumento della popolazione e con le fallimentari politiche del governo. «Sia lo Stato che il settore privato hanno abbandonato l’economia rurale al suo destino. La globalizzazione economica è stato un fallimento.

India, il suicidio dei contadiniultima modifica: 2011-01-11T15:45:00+01:00da reterache
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