U.S.A. Terzo Mondo

Come indiano vi dico il Terzo Mondo si chiama America

3/1/2011 ELISA GRISWOLD

THE DAILY BEAST

 

J. Montoya, 16 anni, ha un paio di belle spalle muscolose da giocatore di football e una treccia di capelli neri sulle spalle. Fa parte del Pueblo di Santa Ana, una delle 22 tribù indiane del Nuovo Messico, Stati Uniti.

Nella riserva, Montoya vive con la madre e il fratello più grande in un camper parcheggiato in fondo ad una strada sporca, circa 50 chilometri a nord di Albuquerque.

Si alza alle 6 del mattino e ci mette 2-3 ore per arrivare a scuola. Per tutto il viaggio Montoya ascolta musica heavy metal con le cuffiette.

Dorme poco perché per tutta la notte suo fratello ventenne, che ha lasciato la scuola, e i suoi amici fanno festa nella sua stanza che chiamano “la tana dell’uomo”.

Se non piove così tanto da rendere impraticabile la strada, se l’auto della madre si mette in moto e se la madre ha il denaro per comprare il gasolio oltre ad un paio di dollari da dargli per il treno e l’autobus, allora Montoya può andare a scuola.

La storia della breve vita di Montoya coincide con quella taciuta dello stato fatiscente delle infrastrutture americane: strade, ponti, acqua potabile, fognature e via dicendo. Sostanzialmente non possiamo più fare affidamento su tutte quelle infrastrutture necessarie ai quotidiani spostamenti.

Secondo l’American Society of Civil Engineers (NdT Associazione americana ingegneri civili) nei prossimi cinque anni gli Stati Uniti dovranno spendere oltre mille miliardi di dollari solo per la manutenzione delle infrastrutture esistenti.

Nelle riserve indiane la situazione è ancora più critica. Secondo le stime dello Stato del Nuovo Messico è necessario un miliardo di dollari per affrontare il problema della mancanza di acqua, della carenza di fognature, dello stato precario delle strade e dell’insufficiente fornitura di energia elettrica.

«Gli indiani sono i custodi dello stato », dice Alvin Warren, segretario per gli Affari Indiani del Nuovo Messico.

In cambio della cessazione delle ostilità, lo Stato doveva garantire ai nativi d’America i bisogni primari e una vita decorosa.

«Ciò vuol dire che lo Stato è responsabile della fornitura dell’acqua potabile e dell’elettricità nelle riserve, dove all’inizio del 21° secolo manca tutto», aggiunge Warren.

Quello delle infrastrutture sembrerebbe un problema lontano dagli interessi di un adolescente,ma basta parlarne con Montoya per avere come risposta un lungo elenco di difficoltà che vanno dalle strade dissestate agli edifici pericolanti e che gli impediscono spesso di andare a scuola.

Nella riserva il luogo più pericoloso è la vecchia piscina pubblica fatiscente e in abbandono. «I grandi portano lì i piccoli per farli ubriacare», dice Montoya.

La sua soluzione: «Ripararla o farla saltare in aria».

«I ragazzini si drogano perché non hanno nulla da fare», aggiunge.

Montoya gioca a pallacanestro, a calcio, a baseball, pratica qualunque sport e si iscrive a tutte le attività facoltative pomeridiane per stare il più a lungo possibile lontano dalla riserva.

«Avere molte cose da fare mi tiene lontano dai guai», dice mentre lo riaccompagno a casa in auto.

Parcheggiamo dinanzi al camper. Intorno a noi l’oscurità.

Un carrozzina per bambini sfasciata, una Toyota in pessime condizioni, un mucchio di spazzatura dietro il camper.

Ho visto scene del genere nei campi profughi nel Congo orientale e nei campi nomadi a Roma, ma mai in America. Montoya va fiero di come ha saputo prendersi cura del più piccolo dei suoi nove cani: Brian, Zoe, Waffles, solo per citarne alcuni.

È fiero di poter dire che sono morti per “cause naturali” e che nessuno è finito sotto un camion nella vicina autostrada.    Controlla il pezzo di terra con lo sguardo di un sopravvissuto.

«La scuola è la mia famiglia», dice.

Montoya frequenta il primo anno di scuola superiore alla Native American Community Academy dove studiano quasi quattrocento studenti indiani. Solo la scuola – ne è convinto – gli impedisce di diventare uno sbandato, un drogato o peggio.

Secondo il Dipartimento della Salute, le probabilità che un indiano d’America d’età compresa tra i 15 e i 24 anni commetta suicidio sono quattro volte superiori rispetto ai suoi coetanei. Diversi sono i fattori di questa drammatica realta’:

·         il degrado del sistema scolastico,

·         la mancanza di lavoro,

·         l’isolamento nelle riserve.

«Il tasso di suicidi è così alto perché i giovani non hanno alcuna distrazione», dice Warren.

La scuola di Montoya rappresenta il tentativo di rompere questo isolamento.

Diversi anni fa la fondatrice e attuale preside, Kara Bobroff, decise di creare una scuola pubblica dedicata ai nativi d’America con la collaborazione dell’università del Nuovo Messico.   Con i suoi quasi 400 studenti la scuola ha bisogno di una sistemazione più stabile.

Attualmente la scuola consiste di 27 camper su un terreno brullo alla periferia di Albuquerque noto con l’appellativo di “Quartiere internazionale”.

All’interno gli studenti hanno creato un piccolo orto con specie vegetali che sono oggetto di studio.

Un orto più grande è stato distrutto per fare posto ad un altro camper più grande.

Una volta c’era un totem che gli studenti usavano per le cerimonie. Un bel giorno, anzi una bella notte, è sparito.

Un atto di vandalismo o magari è servito a qualche vicino per accendere il fuoco.

Kata Bobroff ha raccolto 12 milioni e 600.000 dollari per iniziare a costruire una scuola permanente. Ma, per ragioni prevalentemente burocratiche, i lavori non sono ancora iniziati. E i suoi studenti fanno ancora lezione nei camper.

Per questi studenti, abituati a sentirsi cittadini di serie B, fare lezione nei camper è demoralizzante.

A peggiorare le cose il fatto che i loro camper sono parcheggiati nel terreno confinante con quello di un’altra scuola pubblica.

Dal momento che la scuola di Montoya non ha palestra, né mensa, né campo di pallacanestro, nè libreria, debbono usare le strutture della scuola accanto. E i problemi non mancano.

L’anno scorso Montoya ha quasi fatto a pugni durante il pranzo nella mensa della scuola accanto. «Un ragazzino mi ha dato dello sporco indiano», dice.

L’insulto non è poi così tremendo, mi spiega. La maggior parte dei ragazzi che frequentano la scuola indiana sono abituati a questi appellativi da quando vanno a scuola.

Come soluzione tampone la preside Bobroff ha organizzato la distribuzione di pasti caldi a colazione e a pranzo assumendo una cuoca e insegnando ai ragazzi a nutrirsi in modo corretto. D’inverno, quando nevica, i ragazzi mangiano all’aperto o nelle classi trasformate in mensa.

E questi, colazione e pranzo, sono i soli due pasti della loro giornata.

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

U.S.A. Terzo Mondoultima modifica: 2011-01-04T17:22:28+01:00da reterache
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