Gran Bretagna, la repressione del dissenso

La svolta di Cameron: la polizia inglese non resta più a guardare

JOHANN HARI  3/1/2011

THE INDEPENDENT

 

Gli amici cominciano a dire una cosa mai detta prima: ho troppa paura per scendere in piazza.

Almeno ora si sono tolti la maschera. Quando negli ultimi decenni i nostri politici si lamentavano della “apatia” e del disimpegno dei giovani, mentivano.

Nel 2010 abbiamo assistito a una ripresa di impegno da parte dei giovani.

Con strategie prevalentemente pacifiche chiedono scelte politiche sulle quali è d’accordo la maggioranza dei cittadini britannici e chi ci governa risponde cercando di soffocare la protesta, intimidendoli e cercando di ricacciarli nell’apatia.

Ecco un esempio di intimidazione nei confronti dei giovani che stanno protestando in tutta la Gran Bretagna.

Nicky Wishart è un dodicenne e sedicente “genio della matematica” che abita nel cuore del collegio elettorale di David Cameron.

È rimasto senza parole quando è venuto a sapere che, a seguito dei tagli decisi dal governo, il suo club giovanile stava per chiudere i battenti e nel suo paesino non c’era alcun altro luogo per stare insieme con gli amici.

Quando ha letto su Internet che Cameron in campagna elettorale si era impegnato a mantenere aperti i club giovanili è andato su tutte le furie.

E così ha deciso di fare la cosa giusta. Ha organizzato tramite Faceboook una dimostrazione assolutamente pacifica dinanzi alla sede del partito conservatore di David Cameron nel suo collegio elettorale.

Qualche giorno dopo la polizia si è presentata nella sua scuola. Lo ha trascinato fuori della classe e gli ha detto che il dipartimento anti-terrorismo lo teneva sotto controllo e ha minacciato di arrestarlo.

Il messaggio a Nicky Wishart e alla sua generazione è stato chiarissimo: non mettetevi in testa di diventare cittadini impegnati.

Tornatevene nella vostra cuccia televisiva a guardare X-Factor e lasciate la politica ai milionari che ci governano.

Questa lenta, graduale compressione del diritto di manifestare va avanti da decenni.

Quando era al governo il New Labour, quelli che dimostravano dinanzi al Parlamento dovevano chiedere il permesso e all’improvviso vennero indagati per “comportamento anti-sociale”.     Nel 2009 un uomo che non aveva compiuto alcun atto di violenza né aveva minacciato nessuno, morì per le strade di Londra durante una manifestazione di protesta dopo essere stato aggredito da un poliziotto – e naturalmente nessuno è stato rinviato a giudizio e tanto meno condannato.

Oggi la risposta istintiva della polizia nei confronti dei manifestanti consiste nel circondarli e “bloccarli” – cosa di per sé illegale – anche per dieci ore… al freddo, senza cibo, acqua o servizi igienici.

Non importa se la manifestazione è pacifica.

Si finisce in trappola! Nelle ultime settimane le forze di polizia sono arrivate al punto di rovesciare a terra un disabile che protestava contro gli aumenti delle tasse universitarie.

In un’altra circostanza gli agenti hanno tentato di impedire che un dimostrante gravemente ferito alla testa venisse soccorso e operato nel più vicino ospedale sostenendo che in quello stesso ospedale erano stati ricoverati anche dei poliziotti e che sarebbe stata “sgradevole” per loro la presenza dei dimostranti.

I manifestanti non sono in contrasto con la volontà del popolo britannico; al contrario ne sono l’espressione.

Vi basti riflettere sui due principali temi della protesta: l’opposizione netta all’aumento delle tasse universitarie e la richiesta al governo di far pagare ai super-ricchi i 120 miliardi di sterline che evadono.

Secondo un sondaggio la maggioranza dei cittadini britannici è contraria all’aumento delle tasse universitarie e il 77% vuole che chi vive in Gran Bretagna sia tenuto a pagare le tasse in Gran Bretagna.

Non si tratta di un attacco alla democrazia, ma di una richiesta di democrazia.

È il rifiuto di continuare a far parte della maggioranza silenziosa.

Quando i politici vanno contro la volontà della gente – e tradiscono i “solenni impegni” grazie ai quali hanno avuto i voti – la protesta diventa necessaria.

Ovviamente in una democrazia non è mai giustificata la violenza.

Chi scaglia estintori da un tetto o biglie di ferro contro i poliziotti va arrestato e incriminato.

È moralmente sbagliato e tatticamente stupido: aliena le simpatie della gente nei confronti delle ragioni della protesta.

Proprio per questa ragione, quando si è verificato, sono stati gli stessi dimostranti a scagliarsi contro le frange violente per allontanarle.

Ciò nonostante il governo sostiene che per fronteggiare questa minuscola minoranza – qualche dozzina di estremisti – sia necessario sospendere la libertà di riunione e di associazione: un diritto fondamentale conquistato da secoli.

In realtà questo atteggiamento sta alimentando la protesta violenta invece di spegnerla.

È inconcepibile che chi desidera semplicemente esprimere in maniera pacifica il proprio dissenso dinanzi al Parlamento venga circondato e bloccato dalle forze dell’ordine.

È un atteggiamento che non raffredda gli animi, ma li esaspera.

Fino al 2001 le cose andavano diversamente. Fino ad allora si

arrestava chiunque si rendesse colpevole di atti di violenza senza procedere a ingiustificati arresti di massa.

Oggi quando dico agli amici di scendere in piazza per protestare contro una politica che tutti considerano rovinosa per la Gran Bretagna, c’è chi mi dice una cosa che non è mai stata detta prima: ho troppa paura per scendere in piazza.

Ad esempio un gruppo di disabili di mia conoscenza sono sconvolti dalla decisione del governo di abolire lo speciale assegno che consentiva loro di continuare a vivere a casa invece che finire in un istituto.

Ma dopo aver visto in che modo la polizia ha trattato un disabile in carrozzella, hanno paura a protestare dinanzi a Downing Street.

Sono costretti a stare a guardare, inermi mentre gli portano via l’assegno.

Tentare di soffocare la protesta ha un costo.

Ogni cittadino britannico è quello che è grazie a secoli di proteste.

Ogni donna che legge questo articolo può votare, aprire un conto corrente in banca, scegliersi il marito e fare carriera grazie a quanti (e quante) prima di lei sono scesi in piazza e hanno lottato per i diritti.

Ogni lavoratore percepisce almeno 5,93 sterline l’ora, ha le ferie pagate e le assenze per malattia pagate grazie a quanti hanno strappato questi diritti con le proteste e le lotte.

Ogni pensionato ha di che vivere grazie a quanti prima di lui hanno protestato.

Come sarebbe oggi la vostra vita se tutti coloro che hanno lottato ne fossero stati impediti dalla paura?

Sopprimendo il diritto di protestare, si soffoca il progresso.

Si rimane alla mercé di una elite la cui priorità è pagare meno tasse risparmiando sulla spesa sociale.

In Gran Bretagna non c’è un eccesso di disobbedienza civile. C’è, caso mai, un eccesso di obbedienza civile.

Il nostro governo sta realizzando politiche che noi cittadini consideriamo immorali: dal bombardamento dei civili in Afghanistan ai tagli sulla scuola pubblica che sfavoriscono i bambini più poveri.

Non sbagliamo quando ci opponiamo a queste ingiustizie. Sbagliamo quando ce ne stiamo in silenzio.

Come disse Oscar Wilde: «La disobbedienza, agli occhi di chiunque conosca un po’ di storia, è la prima virtù dell’uomo.

È grazie alla disobbedienza che c’è stato il progresso, grazie alla disobbedienza e alla ribellione».

(c) The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Gran Bretagna, la repressione del dissensoultima modifica: 2011-01-04T17:24:35+01:00da reterache
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