DDL Gelmini riflessioni

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DDl Gelmini

Nota introduttiva di Reterache:

Riportiamo due articoli contrapposti sul tema del DDL Gelmini  per consentire una seppur vaga idea in proposito.

A titolo personale rileviamo un’impostazione ideologica del  Giavazzi esemplificata nei primi due paragrafi.

Nel merito una serie di affermazioni che riguardano:

  1. l’ eliminazione  dei concorsi  dichiarati prima fonte di corruzione;
  2. la  creazione della figura del ricercatore in prova per sei anni;
  3. innova la governance  e limita  l’autoreferenzialità dei professori facendo entrare nei Cda non accademici;
  4. prevede che i fondi pubblici siano modulati in funzione dei risultati;
  5. l’agenzia di valutazione degli atenei  ( decisa dal governo di centrosinistra) è il vero perno della riforma.

 

Alle valutazioni positive relative ai punti suddetti aggiunge una contestazione alle critiche rivolte al governo in merito ai tagli subiti dall’università, che a suo dire sarebbero in linea con gli anni precedenti.

In relazione a questa questione, non certo secondaria perché senza soldi non si fa didattica e tantomeno ricerca, rileviamo :

che nella valutazione non si tiene conto dell’insieme delle risorse che in precedenza affluivano alle università, per cui in realtà vi è una riduzione di un miliardo e  350 milioni di euro che dovrebbero essere compensati in parte con un rifinanziamento di 800 milioni o forse un miliardo che dovrebbero derivare da un emendamento alla legge di stabilità;

che considerare come acquisite risorse ancora oggetto di decisione parlamentare appare fuorviante, sarebbe, invece,  stato logico evidenziare che se le lotte hanno consentito di sperare in una integrazione di un miliardo  significa che il governo aveva colpevolmente sottovalutato le esigenze delle università.

In ogni caso nel 2011  i fondi per l’Università sarebbero , a detta del Giavazzi, ridotti di trecentomilioni.

Si deve rilevare che siamo a fine dicembre  e si sta parlando ancora dei fondi del 2010, il blocco dei finanziamenti  alla ricerca e ai concorsi hanno già prodotto i loro effetti malefici.

Per capire come stanno veramente le cose si deve guardare all’insieme dei tagli pesantissimi decisi  da questo governo nei confronti dell’insieme dei settori della conoscenza: scuola, università, ricerca, cultura che esprimono un disegno volto alla drastica riduzione dell’impegno pubblico a favore del settore privato finalizzato non solo a favorire i profitti a scapito dei diritti ma a ridefinire una società classista basata sul censo.

La logica degli atti governativi rende perfettamente chiaro il disegno.

Riduzione delle risorse alla  scuola  pubblica e finanziamento di quella privata,  creazione di Atenei  di eccellenza con il corollario auspicato  dal Giavazzi di rette  decise a discrezione dai singoli atenei (si deve ritenere molto alte per gli atenei più prestigiosi)  e abbandono degli altri destinati ai cittadini di serie B. (N.d.R.. le borse di studio sono solo una foglia di fico).

Nota Bene : La presente nota verrà ulteriormente arricchita nei prossimi giorni (2/12/2010)

Riforma che va difesa

Francesco Giavazzi Corriere della Sera 30/11/2010

UNIVERSITA’, IL REALISMO NECESSARIO

Riforma che va difesa

«Del valore dei laureati unico giudice è il cliente; questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia, al geometra invece che all’ingegnere, e libero di fare meno di ambedue se i loro servigi non gli paiano di valore uguale alle tariffe scritte in decreti che creano solo monopoli e privilegi». (Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953)                                      .

Il ministro Gelmini non ha il coraggio di Luigi Einaudi, non ha proposto di abolire il valore legale dei titoli di studio. Né la sua legge fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, neppure se le maggiori entrate fossero interamente devolute al finanziamento di borse di studio, cioè ad «avvicinare i punti di partenza» (Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944). Né ha avuto il coraggio di separare medicina dalle altre facoltà, creando istituti simili a ciò che sono i politecnici per la facoltà di ingegneria. Perché a quella separazione si oppongono con forza i medici che grazie al loro numero oggi dominano le università e riescono a trasferire su altre facoltà i loro costi                                                       .

Ma chi, nella maggioranza o nell’opposizione, con la sola eccezione del Partito Radicale, oggi appoggerebbe queste tre proposte? La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica                                           .

Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa. La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni», e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell’insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la «precarizzazione» dell’università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant’anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca                                            .

«Non si fanno le nozze con i fichi secchi», è la critica più diffusa. Nel 2007-08 il finanziamento dello Stato alle università era di 7 miliardi l’anno. Il ministro dell’Economia lo aveva ridotto, per il 2011, di un miliardo. Poi, di fronte alla mobilitazione di studenti, ricercatori, opinione pubblica e alle proteste del ministro Gelmini, Tremonti ha dovuto fare un passo indietro: i fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa. «La legge tradisce i giovani che oggi lavorano nell’università, non dando loro alcuna prospettiva». Purtroppo ne dà fin troppe. Per ogni dieci nuovi posti che si apriranno, solo due sono riservati a giovani ricercatori che nell’università non hanno ancora avuto la fortuna di entrare: gli altri sono destinati a promozioni di chi già c’è.

La legge innova la governance delle università: limita l’autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione (seppure il ministro non abbia avuto la forza di accentuare la «terzietà» del cda impedendo che il rettore presieda, al tempo stesso, l’ateneo e il suo cda). Per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati                                .

La valutazione è l’unico modo per non sprecare risorse, per consentirci di risalire nelle graduatorie mondiali e fornire agli studenti un’istruzione migliore. Per questo l’Anvur, l’Agenzia per la valutazione degli atenei, è il vero perno della riforma. Purtroppo il ministro Mussi, che nel precedente governo la creò, ne scrisse un regolamento incoerente con la legge. Fu bocciato dal Consiglio di Stato e ha dovuto essere riscritto da zero con il risultato che l’Anvur parte soltanto ora                                            .

La legge però non deve essere approvata ad ogni costo. Agli articoli ancora da discutere sono opposti (dall’opposizione, ma anche dalla Lega) emendamenti che la snaturerebbero. Uno alquanto bizzarro, dell’Udc, abroga il Comitato dei garanti per la ricerca, introdotto su richiesta del Gruppo 2003, i trenta ricercatori italiani i cui lavori hanno ottenuto il maggior numero di citazioni al mondo.

La scorsa settimana Fli ha proposto che i 18 milioni che la legge finanziaria destina ad aumenti di stipendio per chi nell’università già c’è non siano riservati ai giovani, ma estesi a tutti. Così quei 18 milioni si sarebbero tradotti in venti euro al mese in più per tutti, anziché quaranta al mese per i giovani. Fortunatamente quell’emendamento non è passato. Ma altri sono in agguato, tra cui alcuni che introducono ope legis di vario tipo. Se passassero, meglio ritirare la legge                                       .

Il Pd ha annunciato che voterà contro. Davvero Bersani pensa che se vincesse le elezioni riuscirebbe a far approvare una legge migliore? Migliore forse per chi nell’università ha avuto la fortuna di riuscire a entrare. Dubito per chi ne è fuori nonostante spesso nella ricerca abbia ottenuto risultati più significativi di chi è dentro.

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L’UNIVERSITÀ DELL’INCERTEZZA

di Daniele Checchi e Tullio Jappelli 26.11.2010   La voceinfo

La riforma dell’università, contestata da studenti, ricercatori e opposizioni, sembra ormai l’ultima bandiera di un governo in difficoltà. Ma richiede decine di decreti attuativi e tempi lunghi per la sua applicazione. E dunque, se approvata, finirà per aggiungere un’ulteriore dose di incertezza nel mondo universitario. Intanto, sui finanziamenti per l’anno in corso e per il futuro regna la confusione, i concorsi sono bloccati e la valutazione della ricerca è ferma al 2001-2003.

La riforma universitaria procede zoppicando il cammino parlamentare, mentre studenti e ricercatori salgono sui monumenti storici e sui tetti delle università. Alcuni punti qualificanti della proposta del ministro Gelmini (come l’ingresso di persone esterne nei consigli di amministrazione delle università, l’immissione in ruolo dei nuovi professori, gli avanzamenti di carriera dei docenti) diventano oggetto di compromesso tra le diverse componenti della maggioranza di governo. In assenza di correzione complessiva della riduzione dei finanziamenti all’università, l’opposizione sta attuando resistenza al cammino parlamentare, arrivando a invocare l’istanza di incostituzionalità per via del contemporaneo dibattimento della legge di stabilità.

QUESTIONE DI FONDI. E NON SOLO

Nel frattempo ancora oggi le università statali attendono di conoscere l’entità dei finanziamenti attribuiti per il 2010 (non avete letto male: si tratta della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario relativo all’anno in corso!). I fondi per la ricerca sono bloccati: a maggio 2010 sono state presentate domande per un bando di finanziamento pubblico della ricerca, ironicamente denominato “bando Prin 2009”, per il quale si attende ancora la nomina definitiva della commissione di garanti che dia avvio al processo di valutazione. In assenza di normativa di riferimento non è possibile bandire alcun tipo di concorsi. E ovviamente incombe la riduzione dei fondi per l’università per il 2011 (un miliardo e 350 milioni di euro). Si dice che ciò sia parzialmente attenuato dall’emendamento alla legge di stabilità (che riassegna per il prossimo anno 800 milioni di euro, senza rivedere il taglio relativo al 2012), ma non è chiaro in quale forma e con quali vincoli questo finanziamento verrà distribuito.
Non sono state predisposte le infrastrutture necessarie per l’attuazione della riforma. La valutazione della ricerca è ferma al 2001-03, e in assenza di nuovi dati ogni ripartizione dei fondi tra gli atenei sulla base del merito ha perso qualsiasi riferimento credibile. La nuova agenzia di valutazione della ricerca (Anvur) non è ancora operativa: non sono stati ancora nominati i componenti del consiglio direttivo e ci vorranno anni prima che la nuova agenzia sia in grado di produrre i primi risultati.  

UN FUTURO PIÙ INCERTO

Ci domandiamo se questo sia il contesto adeguato per introdurre riforme strutturali della portata di quelle proposte nell’originale disegno di legge. Quella che doveva essere una riforma bipartisan della governance universitaria e delle carriere si è trasformata in un rantolo agonico di un governo che deve necessariamente ottenere qualche risultato da sventolare nell’imminente campagna elettorale.
Tutto ciò non ha senso. La nuova legge richiede decine di decreti attuativi (sulla governance, sui concorsi universitari, sui fondi per il merito, e su molto altro) e tempi lunghi per la sua applicazione. Solo un governo nella pienezza dei poteri, oppure decisioni condivise, garantiscono che poi la riforma sia davvero applicata e non venga invece rinviata sine die nelle paludi dei regolamenti attuativi o modificata dal prossimo governo. Non si può aggiungere quest’ulteriore dose di incertezza nel mondo universitario. Citiamo solo un ultimo fatto. La decisione sulla modalità di avanzamento di carriera dell’attuale generazione di ricercatori è di importanza strategica e ha valenza pluriennuale (oseremmo dire pluri-decennale), perché modifica gli incentivi delle generazioni future che decideranno di entrare nel mondo della ricerca e incide sulla distribuzione per età del futuro personale docente. Per programmare la propria vita i giovani dottorandi e ricercatori hanno diritto di conoscere all’inizio della carriera regole del gioco stabili e durature. Non è possibile che gli avanzamenti di carriera diventino invece il panem che viene gettato alla piazza arrabbiata, sventolando prima 12mila nuove assunzioni, poi ridotte a 6mila, di cui solo i tre quarti con copertura, in futuro chissà. Non è così che si governa seriamente, né l’università e neppure il paese.

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          IL RICATTO DI MARIASTELLA

“Niente fondi e assunzioni se il ddl non passa” Con una nota, il ministero lancia l’avvertimento: blocco dei concorsi per ordinari e associati, stop ai bandi per i ricercatori e niente reintegro degli scatti

 

 

 

La novità del giorno sono le minacce ministeriali. Mentre studenti e ricercatori continuano a riempire le piazze e a occupare gli atenei (guarda il video) contro il ddl Gelmini approvato ieri alla Camera, nel pomeriggio è stato proprio il ministero dell’Istruzione, in un comunicato ufficiale, a elencare i rischi di una mancata approvazione della legge. Il concetto arriva chiaro e forte e somiglia a un ricatto: “Se il ddl non dovesse ricevere il via libera definitivo o non essere calendarizzato potrebbero verificarsi le seguenti conseguenze per il sistema universitario”. E qui parte la lunga lista. Primo punto: “Nessun concorso per ordinari e associati”. Punto secondo, niente bandi per i ricercatori: “Le norme sui concorsi da ricercatore, riviste con la legge 1/2009 scadono il 31 dicembre 2010. Dal 1 gennaio quindi – sottolinea il Miur, ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca – se non passa il ddl, non si potranno bandire posti da ricercatore”. E ancora: “Blocco delle risorse per reintegrare scatti”. Insomma, il ddl non viene difeso nel merito, ma presentato semplicemente come l’unica alternativa possibile. Come a dire: arrivati a questo punto, la sola strada è approvare la legge. Altrimenti salta tutto   di Simone Ceriotti

 

Il fatto quotidiano 2/12/2010

 

 

 

DDL Gelmini riflessioniultima modifica: 2010-12-02T11:11:56+01:00da reterache
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