I metodi della destra: “incorniciare”

Chi ha incastrato Roger Fini?

Luca Landò  12/10/2010

 

Chi ha incastrato Roger Rabbit. Ve lo ricordate? Era un geniale film di animazione, dove i cartoni (toons in americano) dialogavano e interagivano con un essere umano in carne e ossa. Il risultato, inevitabile, era uno spassoso frullato di finzione e realtà dove alla fine non si capiva se fosse più umano il nevrotico ma finto coniglio o più fasullo il gelido ma vero Bob Hoskins. Se lo citiamo è perché quella paradossale pellicola rappresenta un valido aiuto per capire quel che accade oggi in Italia.

 

A cominciare dal titolo originale che, se abbinato a un libro evocato di recente da Vendola, produce un effetto sconcertante, anzi illuminante. Who framed Roger Rabbit contiene infatti un gioco di parole: il verbo to frame significa “incastrare”, ma il sostantivo frame vuol dire anche “cornice” (quella dei quadri) o “fotogramma” (quello dei film). I due significati si tengono perfettamente: per mettere una tela dentro una cornice bisogna inserirla nel perimetro di legno, incastrarla insomma. E infatti qualcuno, nella Hollywood degli anni Quaranta – questa la trama del film – tentò di “incastrare” il coniglio Roger e i suoi colleghi (compresa la bellissima Jessica) per farne dei monotoni ma fedeli cartoni, obbedienti al copione degli sceneggiatori anziché alle spinte delle propria, vivacissima personalità. Il fatto curioso è che a parlare di frame è anche Drew Westen, studioso di scienze cognitive e autore di un libro, La mente della politica (il Saggiatore 2007), che tutti a sinistra dovrebbero leggere.

 

Il motivo? È contenuto nella domanda pubblicata sul retro di copertina: «Perché gli americani sono d’accordo con i democratici e votano i repubblicani?». Il libro, ovviamente, è stato scritto prima della vittoria di Obama, ma si adatta perfettamente a quel che accade oggi in Italia, come ha detto Vendola in una recente intervista. Drew Westen parla di comunicazione, ma soprattutto di reti neurali e meccanismi psicologici. E cita trucchi e colpi bassi. Tra questi, quello di “ingabbiare” l’avversario dentro una schema di retorica, frasi fatte e pregiudizi. Non importa che le cose dette siano vere, l’importante è che la cornice sia robusta.

 

Proprio quello che è accaduto per settimane al “dissidente” Fini, dove la campagna martellante di Giornale e Libero , le frasi del premier e dei suoi fedelissimi (ripresi da quotidiani e tg) hanno creato una cornice di titanio. La verità, a quel punto, era diventata un trascurabile dettaglio: il messaggio inviato a lettori e telespettatori (futuri elettori) era che Giancarlo Fini non la contava giusta. E che come presidente della Camera non era per nulla affidabile. Il guaio, che nessuno denuncia, è che in quella gabbia ci siamo finiti anche noi, non solo Fini.

 

E non perché siamo simpatizzanti del cofondatore del Pdl, tutt’altro. Ma perché abbiamo assistito in silenzio alla creazione di quella stessa gabbia. Quello che non si deve mai fare in politica, dice Westen, è tacere. Perché l’avversario ne approfitta immediatamente. Incastrati nella “gabbia Fini”, tutti siamo stati risucchiati dalla casa di Montecarlo. E ci siamo dimenticati che la realtà conteneva e contiene immagini assai diverse. Prima immagine, i due pesi del Pdl: Fini non ha commesso alcun reato eppure dovrebbe dimettersi, dicono i colonnelli del premier: se così fosse, perché Berlusconi, indagato per una serie di reati dovrebbe invece rimanere a Palazzo Chigi?

 

Seconda immagine, la pagliuzza e la trave: se anche Fini avesse commesso qualcosa di irregolare, è singolare che nessuno ricordi come le vicende ambigue nelle quali è coinvolto Berlusconi siano assai numerose e assai più gravi. È difficile sostenere che 75 metri a Montecarlo valgano più del lodo Mondadori, della corruzione di giudici e tstimoni, della vicenda di Villa Macherio, dell’avere come braccio destro una persona, Dell’Utri, condannata in secondo grado per mafia. Terza immagine, le beghe di famiglia: il giallo dell’estate, la vicenda di Montecarlo appunto, è stata una desolante resa dei conti all’interno della destra, anzi uno spettacolo triste che riguardava, esclusivamente i due “leader maximi”, i padri fondatori del Pdl. Domanda: perché il Pd non ha denunciato con forza questa “rissa a destra”, questa “bega da cortile”, questa “lite tra moglie e marito” con l’aggravante che “mentre i coniugi litigavano, la casa bruciava”?

 

I virgolettati non sono casuali: se il centrosinistra avesse applicato gli strumenti descritti da Western e utilizzati con efficacia dal centrodestra, quelle espressioni sarebbero diventate tutte dei formidabili frame, delle robuste cornici per inquadrare Berlusconi e soci. Perché non è stato fatto? Forse perché speravamo che la crisi tra premier e Fini portasse alla caduta del governo (e quindi era meglio tacere e stare a guardare)? O forse perché ci riteniamo eticamente superiori, comunque diversi dal centrodestra (come dire, noi quelle cose non le facciamo)? Il sospetto è che ci sia una terza possibilità: che a sinistra non abbiamo ancora capito come di fronte a una telecamera o a un microfono ci si debba comportare in maniera diversa da come faremmo tra amici o in una sezione di partito (o circolo, come si dice oggi).

 

Eppure quanto accaduto con Fini si sta ripetendo con inquietante velocità: le minacce a Marcegaglia, gli attacchi al direttore di questo giornale. Il discorso di Berlusconi a Milano, poi, è stato una galleria di frame d’autore: i giudici di sinistra, l’opposizione irresponsabile, la sinistra incapace, fino alla madre di tutte le cornici pronunciata a squarciagola dal premier: «I rifiuti hanno un nome: Rosa Russo Iervolino». Il punto è che in questi anni, non di piombo ma sicuramente di fango, parlare di intercettazioni e dossier risulta persino fuorviante.

 

La vera arma del cavaliere non è la “verità rivelata” ma la “definizione ripetuta”: una frase, un concetto, un’immagine lanciata dal capo e reiterata, fino alla noia, fino all’ossessione, dai suoi che a turno vanno in tv o parlano sui giornali. Una falange macedone della comunicazione aiutata, meglio non dimenticarlo, dai megafoni gentilmente ereditati da un gigantesco conflitto di interessi. Certo, la politica dei dossier (da Boffo alla Marcegaglia passando per Montecarlo) va denunciata e combattuta. Ma, forse, sarebbe ora che anche noi prendessimo familiarità con quelle tecniche di comunicazione che la destra americana, e quella italiana, adottano da tempo con grande efficacia. Per studiarle, usarle o magari smontarle. Chiediamoci pure chi ha incastrato Roger Rabbit o Giancarlo Fini. L’obiettivo resta comunque un altro: non finire incorniciati.

I metodi della destra: “incorniciare”ultima modifica: 2010-10-21T15:29:44+02:00da reterache
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