I rischi del federalismo

La forza della Lega e i falsi miti del federalismo

In un paese diviso su tutto sembra che l’unica cosa davvero capace di registrare un consenso trasversale sia il federalismo. Ma davvero la sinistra fa bene a farsi incantare dalle sirene leghiste?

di Emilio Carnevali  10/9/2010

Viviamo in un paese nel quale è sempre più difficile individuare punti di riferimento capaci di riscuotere un ampio consenso nella comunità nazionale. Da Garibaldi alla Resistenza, fino allo stesso “patto sociale” per antonomasia, la Costituzione, nulla sembra sottrarsi alla furia iconoclasta della “rivoluzione passiva” in corso ormai da parecchi anni. Sembra che l’unica cosa davvero capace di registrare un consenso trasversale e sostanzialmente unanime sia il federalismo.

Il voto del 20 maggio scorso sul cosiddetto “federalismo demaniale” – primo provvedimento di attuazione della legge delega sul federalismo fiscale – ha visto l’astensione del Pd e l’assenso convinto dell’Idv; Antonio Di Pietro ha addirittura tenuto una conferenza stampa congiunta con il ministro leghista Calderoli. Perfino Beppe Grillo, in una recente intervista al Fatto Quotidiano, ci ha tenuto a far sapere: “Noi siamo per il federalismo, quello vero, altro che Padania. Sogniamo gli Stati Uniti d’Italia, che riuniscano le regioni con anime diverse”.
Non hanno alcuno spazio nel dibattito pubblico le obiezioni di merito e di metodo che potrebbero essere avanzate a questo processo.

Nel 2007/2008 il mondo è stato investito da una crisi economico-finanziaria che siamo ben lungi dall’esserci lasciati alle spalle. Questa crisi ci ha mostrato con forza, se ancora ce ne fosse bisogno, quale livello di integrazione hanno raggiunto economie nazionali e sistemi finanziari sempre più flessibili e deregolamentati. Da più parti si sottolinea – e a ragione – la necessità di un più forte coordinamento delle politiche economiche, di una più incisiva azione di governance sovranazionale, di una più efficace regolamentazione della finanza e dei mercati capace di eliminare, o quanto meno ridurre, i maggiori elementi di instabilità che hanno recentemente portato il mondo sull’orlo del baratro.

Il processo federalista va in direzione esattamente contraria, la stessa direzione verso cui ci sospingono i grandi avversari della regolamentazione. Come ha scritto Zygmunt Bauman “tutte le forze globali sono, per così dire, interessate agli Stati deboli, ossia a quegli stati che sono deboli pur rimanendo Stati. Tali Stati possono venire facilmente ridotti al ruolo di locali commissariati di polizia in grado di assicurare – ognuno sul proprio terreno – quel minimo di ordine indispensabile a condurre affari, ma incapace di frenare le ambizioni sovraterritoriali e le attività delle aziende sovranazionali”. Possiamo presumere, ha continuato Bauman, che i “processi di globalizzazione economica e di tribalizzazione politica non solo non si facciano guerra tra loro, ma siano strettamente alleati o addirittura membri della stessa congiura”.

Passando poi dal piano globale a quello nazionale, il tema della redistribuzione del reddito e della ricchezza (non solo territoriale ma anche personale) dovrebbe essere uno degli assi portanti dei programmi e della stessa “visione del mondo” della sinistra (soprattutto in un paese come l’Italia in cui i livelli di disuguaglianza sono aumentati in maniera vertiginosa negli ultimi anni, con conseguenze molto negative non solo sull’equità ma anche sull’efficienza del sistema).

Per questo stupisce il silenzio acritico di larga parte della sinistra italiana su questi temi. Il federalismo fiscale – così come è stato fin qui delineato – compromette in modo sostanziale la possibilità di effettuare politiche di redistibuzione e per la stabilità economica: se ad esempio un ente locale decidesse di accrescere fortemente il prelievo sui più abbienti per realizzare una politica redistributiva, i residenti che ne risultassero penalizzati potrebbero sfuggire ad essa spostando la residenza. Sorvoliamo in questa sede sulla assoluta irrazionalità di avviare tale processo di decentramento eliminando proprio l’Ici (imposta comunale sugli immobili), cioè l’imposta che più si adatta – per sua natura, avendo una base imponibile “non mobile” – a costituire l’architrave del prelievo tributario degli enti locali.

C’è poi la questione della criminalità organizzata, che non può essere in alcun modo trascurata se si vuole perseguire un riformismo capace di confrontarsi con le situazioni reali e non con le formule astratte. Lo ha detto molto bene il giudice Raffaele Cantone in un’intervista al Corriere della Sera rilasciata all’indomani dell’omicidio di Angelo Vassallo: “Il federalismo può essere un aiuto alle mafie. Più si avvicinano i centri di spesa al territorio, più i clan hanno interesse a far pressione. Con il federalismo spinto, trasferisci risorse agli enti di prossimità. E così ingolosisci le mafie”.

Si potrebbe continuare ancora a lungo elencando i motivi di perplessità o contrarietà nei confronti del processo federalista attualmente in atto. Sorprende dunque come quasi nessuno se ne faccia portavoce nel dibattito politico. La straordinaria forza della Lega – prima ancora che nei numeri dei sondaggi che le attribuiscono cifre da capogiro – sta proprio qui.

I rischi del federalismoultima modifica: 2010-09-12T10:09:00+02:00da reterache
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