CEI – Questione Meridionale 2010

Documento dell’Episcopato italiano  21/2/2010

(estratto)

 

  1. La Chiesa in Italia e la questione meridionale

 

A vent’anni dalla pubblicazione del documento Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e

Mezzogiorno, vogliamo riprendere la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con

particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi problemi irrisolti,

 

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Ci spingono a intervenire la constatazione del perdurare del problema meridionale,

 

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A ciò si aggiunge la consapevolezza della travagliata fase economica che anche il nostro Paese sta attraversando.

 

Questi fattori si coniugano con una trasformazione politico-istituzionale, che ha nel federalismo un punto  nevralgico, e con un’evoluzione socio-culturale, in cui si combinano il crescente pluralismo delle opzioni ideali ed etiche e l’inserimento di nuove presenze etnico-religiose per effetto dei fenomeni migratori.

 

Facciamo appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera nell’articolazione di una sussidiarietà organica. La prospettiva della condivisione e dell’impegno educativo diventa in questa ottica l’unica veramente credibile ed efficace.

 

2. Guardare con amore al Mezzogiorno

Ci rendiamo conto di trovarci in una congiuntura di radicali e incalzanti mutamenti.

 

Molti di essi non saranno positivi per il Mezzogiorno, se esso non reagirà adeguatamente e non li trasformerà in opportunità.

Potrebbero, infatti, acuirsi antiche debolezze e approfondirsi limiti radicati, che rischiano di isolare il Mezzogiorno tagliandolo fuori dai grandi processi di sviluppo.

 

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Ci piace riaffermare, con Giovanni Paolo II, che spetta «alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione».

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3. L’Eucaristia: fonte e culmine della nostra condivisione

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I. IL MEZZOGIORNO ALLE PRESE CON VECCHIE E NUOVE EMERGENZE

 

4. Che cosa è cambiato in venti anni

 

Profondi cambiamenti hanno segnato in questi ultimi venti anni il quadro generale internazionale, nazionale e anche quello del Mezzogiorno.

 

In Italia, è cambiata la geografia politica, con la scomparsa di alcuni partiti e la nascita di nuove formazioni.

 

È pure mutato il sistema di rappresentanza nel governo dei comuni, delle province e delle regioni, con l’elezione diretta dei rispettivi amministratori.

 

L’avvio di un processo di privatizzazioni delle imprese pubbliche, il venir meno del sistema delle partecipazioni statali e la fine dell’intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, di cui non vogliamo dimenticare gli aspetti positivi, hanno determinato nuovi scenari economici.

 

È cambiato il rapporto con le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo. La massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà.

 

Molto spesso proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e dai profughi.

 

Il contrastato e complesso fenomeno della globalizzazione dei mercati ha portato benefici ma ha anche rafforzato egoismi economici legati a un rapporto rigido tra costi e ricavi, mutando profondamente la geografia economica del pianeta e accrescendo la competizione sui mercati internazionali.

 

Infine, con l’allargamento dell’Unione Europea, si sono dovuti riequilibrare gli aiuti, prevedendo finanziamenti in favore di nuove zone anch’esse deboli e depresse.

 

La Chiesa non ha mancato di seguire con attenzione questi cambiamenti. Essa si sente chiamata a discernere, alla luce della sua dottrina sociale, queste dinamiche storiche e sociali, consapevole della necessità di raccogliere con responsabilità le sfide che la globalizzazione presenta.

 

Il Vangelo ci indica la via del buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37): per i discepoli di Cristo la scelta preferenziale per i poveri significa aprirsi con generosità alla forza di libertà e di liberazione che lo Spirito continuamente ci dona, nella Parola e nell’Eucaristia.

 

5. Uno sviluppo bloccato

La complessa e contraddittoria ristrutturazione delle relazioni tra le istituzioni nazionali e il mercato non ha interrotto le politiche di aiuti per il Sud, veicolate attraverso nuovi strumenti e competenze a livello locale, soprattutto regionale, anche se resta da verificare se e come queste risorse siano state effettivamente utilizzate.

 

Con rinnovata urgenza si pone la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento, con attenzione effettiva ai «portatori di interessi»11, in particolare i più deboli, al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive, con la consapevolezza che «sia il mercato che la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco», di una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune.

 

Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato.

 

Accenti di particolare gravità ha assunto la questione ecologica:

 

nel quadro dello stravolgimento del mondo dell’agricoltura, sono progressivamente venute alla luce forme di sfruttamento del territorio che, come dimostra il fenomeno delle ecomafie, spingono con evidenza a prendere in considerazione, in tutti i suoi aspetti, l’«ecologia umana».

 

La globalizzazione, poi, vedendo accresciuta la competizione sui mercati internazionali, ha messo ancor più a nudo la fragilità del territorio, anche solo a motivo dell’allocazione delle industrie o comunque dei modelli economici adottati.

 

Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale − aggravato da una crisi che non si lascia facilmente descrivere e circoscrivere − ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politicoeconomici estranei al suo sviluppo.

 

6. Modernità e modernizzazione

 

«L’allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa è indispensabile per riuscire a pesare adeguatamente tutti i termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei problemi socio-economici».

 

In tale ottica, è necessario prendere in carico le non poche contraddizioni dei processi di modernizzazione, che negli ultimi vent’anni hanno subito un’ulteriore accelerazione e hanno messo in luce la necessità che il confronto e il dialogo, anche con quanti provengono da culture diverse, non prescinda dall’identità specifica degli uni e degli altri.

 

Il Sud ha recepito spesso acriticamente la modernizzazione, patendo lo sradicamento disordinato dei singoli soggetti da una civiltà contadina che, invece di essere distrutta, doveva evolversi attraverso un graduale rinnovamento e una seria modernizzazione.

 

Preso atto dell’ineluttabile mutamento dei tempi, bisognerebbe considerare che un’agricoltura moderna, emancipata da ogni retaggio di sfruttamento, consentirebbe un più equilibrato rapporto tra uomo e natura e, in esso, prospettive di lavoro non più degradante ma di effettivo sviluppo umano per le nuove generazioni.

 

Dal punto di vista culturale, erano largamente presenti, accanto a valori di umanità e di religiosità autentici, forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza che rendevano problematica la crescita sociale e civile.

 

Su questo terreno arcaico ha fatto irruzione la modernità avanzata che, paradossalmente, ha potenziato quegli antichi germi innestandovi la nuova mentalità, segnata dall’individualismo e dal nichilismo.

 

L’assorbimento acritico di modelli comportamentali diffusi dai processi mediatici si è accompagnato al mantenimento di forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa.

 

In questo modo, una società che non aveva attraversato i processi della modernità si è trovata a superare tali prospettive senza averle assimilate in profondità.

 

Una considerazione specifica merita, in questo contesto, la condizione femminile.

 

Erede di una storia spesso segnata da sofferenza ed emarginazione, la donna costituisce per il Sud un’importante risorsa per la crescita e l’umanizzazione della comunità.

 

Molte però sono le barriere ancora da superare, sia sul versante culturale che su quello sociale. Sussistono infatti visioni inaccettabili, come quelle alla base di un certo familismo o di una svalutazione della maternità e, più di recente, del ruolo di primo piano che le donne vengono a rivestire nella criminalità organizzata.

 

Analisi aggiornate attribuiscono inoltre alle donne posizioni di marcato svantaggio nel superamento della disoccupazione e dell’inattività, con il risultato di vedersi riconosciuti meno diritti e inferiori opportunità.

 

Ciononostante, la società meridionale è tuttora fortemente debitrice nei confronti della donna.

 

Come scrivevamo nel 1989, essa «ha una ‘ministerialità’ sociale straordinaria».

 

Un insostituibile contributo nella direzione dell’emancipazione femminile e dello sviluppo collettivo è venuto in passato e tuttora va attribuito all’associazionismo religioso e alla preziosa opera svolta dalle donne nella comunità ecclesiale.

 

Il Mezzogiorno non può fare a meno dell’originale e feconda partecipazione femminile per un suo sviluppo autentico e inclusivo.

 

7. Europa e Mediterraneo

 

In questo processo di incompiuta modernizzazione, il Mezzogiorno – collocato all’incrocio tra l’Europa e il Mediterraneo – si è trovato fortemente sollecitato dal già menzionato fenomeno della globalizzazione.

 

L’allargamento dell’Unione europea ha posto il Mezzogiorno di fronte a nuove opportunità ma anche a rischi inediti: da un lato, ha permesso l’accesso a canali finanziari e commerciali più ampi, dall’altro ha accresciuto la concorrenza, a causa dell’ingresso massiccio di Stati a basso reddito medio, più attraenti per le imprese in ragione del minor costo della manodopera.

 

Purtroppo i dati statistici mostrano che il Mezzogiorno non coglie gran parte delle nuove opportunità per una scarsa capacità progettuale, una ancor più bassa capacità di mandare a effetto i progetti e mantenere in vita le nuove realizzazioni e, comunque, una radicale fragilità del suo tessuto sociale, culturale ed economico e, non per ultimo, la frequente mancanza di sicurezza.

 

Eppure le sue vaste risorse, tuttora non valorizzate, potrebbero diventare opportunità di sviluppo nel grande mercato europeo, aprendo maggiori possibilità di sbocco per le imprese meridionali e promuovendo una nuova centralità geografica del Mediterraneo.

 

Università e centri di ricerca, come anche imprese ed entità amministrative, hanno già stabilito in questi anni una serie di rapporti con realtà rivierasche affini sia europee sia nord-africane, in un confronto di modelli culturali, sociali ed economici tendenti a costruire una sorta di cittadinanza “aperta”, che può realizzarsi intorno al comune denominatore del Mediterraneo.

 

In questa ottica, esso accentua la centralità del Mezzogiorno per la movimentazione delle persone e delle merci provenienti dal Medio Oriente e dagli altri Paesi asiatici.

 

Le nuove potenzialità di sviluppo diventano, così, occasioni concrete, soprattutto se accresciute dalle necessarie infrastrutture, anche per innescare effetti moltiplicativi sul territorio in termini di reddito e di investimenti.

Possiamo pertanto considerare quella del Mediterraneo una vera e propria opzione strategica per il Mezzogiorno e per tutto il Paese, inserito nel cammino europeo e aperto al mondo globalizzato.

 

8. Per un federalismo solidale

 

«Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo».

 

La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti,

se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia.

 

Potrebbe invece rappresentare un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all’interno di un “gioco di squadra”.

 

Un tale federalismo, solidale, realistico e unitario, rafforzerebbe l’unità del Paese, rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali, nella consapevolezza dell’interdipendenza crescente in un mondo globalizzato.

 

Ci è congeniale considerarlo come una modalità istituzionale atta a realizzare una più moderna organizzazione e ripartizione dei poteri e delle risorse, secondo la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro.

 

Un sano federalismo, a sua volta, rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale.

 

Tuttavia, la corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell’occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili. Sul piano nazionale, sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un’attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l’integrazione sociale.

 

L’impegno dello Stato deve rimanere intatto nei confronti dei diritti fondamentali delle persone, perequando le risorse, per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale.

 

In questo senso, l’imminente ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale ci ricorda che la solidarietà, unita alla sussidiarietà, è una grande ricchezza per tutti gli italiani, oltre che un beneficio e un valore per l’intera Europa.

 

Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee e risorse tra le diverse parti del Paese.

Un Mezzogiorno umiliato impoverisce e rende più piccola tutta l’Italia.

 

9. Una piaga profonda: la criminalità organizzata

 

Libertà e verità, e dunque giustizia e moralità, sono tra le condizioni necessarie di una vera democrazia, fondata sull’affermazione della dignità della persona e della soggettività della società civile.

 

Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie.

 

Torniamo, perciò, a condannare con forza una delle sue piaghe più profonde e durature − un vero e proprio «cancro», come lo definivamo già nel 1989, una «tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona» −, ossia la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud.

 

La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione

mettendo in crisi il sistema democratico del Paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento, dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici,

1.      favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione,

2.      alterando il mercato del lavoro,

3.      manipolando gli appalti,

4.      interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni,

5.      contaminando così l’intero territorio nazionale.

 

«La mafia sta prepotentemente rialzando la testa», hanno denunciato i Vescovi della Calabria.

 

«Di fronte a questo pericolo, si sta purtroppo abbassando l’attenzione. Il male viene ingoiato. Non si reagisce. La società civile fa fatica a scuotersi. Chiaro per tutti il giogo che ci opprime.

 

Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli ma non protagonisti».

 

In questi ultimi vent’anni le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo ben collaudate forme arcaiche e violente di controllo sul territorio e sulla società.

 

Non va ignorato, purtroppo, che è ancora presente una cultura che consente loro di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo Stato attraverso l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura.

 

C’è bisogno di un preciso intervento educativo, sin dai primi anni di età, per evitare che il mafioso sia visto come un modello da imitare.

 

L’economia illegale, peraltro, non si identifica totalmente con il fenomeno mafioso, essendo purtroppo diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…).

 

Ciò rivela una carenza di senso civico, che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e istituzionale, arrecando anche in questo caso un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale.

 

In questa situazione, la Chiesa è giunta a pronunciare, nei confronti della malavita organizzata, parole propriamente cristiane e tipicamente evangeliche, come “peccato”, “conversione”, “pentimento”, “diritto e giudizio di Dio”, “martirio”, le sole che le permettono di offrire un contributo specifico alla formazione di una rinnovata coscienza cristiana e civile.

 

Queste parole sono state proferite con singolare veemenza da Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi, presso Agrigento e − mostrando una straordinaria forza profetica − sono state capaci di dare visibilità alla testimonianza di quanti hanno fatto, in questi ultimi vent’anni, della resistenza alla mafia il crocevia − spesso bagnato di sangue − del loro anelito alla giustizia e alla santità.

 

Anche il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto, in occasione della 43ª Giornata Mondiale della Pace, un forte appello «alle coscienze di quanti fanno parte di gruppi armati di qualunque tipo.

 

A tutti e a ciascuno dico: fermatevi, riflettete, e abbandonate la via della violenza! Sul momento, questo passo potrà sembrarvi impossibile, ma, se avrete il coraggio di compierlo, Dio vi aiuterà, e sentirete tornare nei vostri cuori la gioia della pace, che forse da tempo avete dimenticata».

 

Vogliamo ricordare i numerosi testimoni immolatisi a causa della giustizia: magistrati, forze dell’ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, uomini e donne di ogni categoria.

 

Le comunità cristiane del Sud hanno visto emergere luminose testimonianze, come quella di don Pino Puglisi, di don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, i quali − ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata − hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani: armando, cioè, il loro animo di eroico coraggio per non arrendersi al male, ma pure consegnandosi con tutto il cuore a Dio.

 

Riflettendo sulla loro testimonianza, si può comprendere che, in un contesto come quello meridionale, le mafie sono la configurazione più drammatica del “male” e del “peccato”.

 

In questa prospettiva, non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato.

 

Solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi.

 

Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia.

 

Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato.

 

Solo l’annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in riferimento al peccato-mafia, è veramente la buona notizia di Cristo (cfr Mc 1,15), che non può limitarsi alla denuncia, perché è costitutivamente destinato a incarnarsi nella vita del credente.

CEI – Questione Meridionale 2010ultima modifica: 2010-02-28T10:27:00+01:00da reterache
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