Le radici della corruzione

il dibattito sulle radici della corruzione

L’Italia ipocrita e quelle domande  alle quali non si vuole rispondere

Galli della Loggia – Corriere della Sera  21/2/2010

Questo è il commento di reterache all’articolo che viene riportato in calce

 

 

Vorrà riconoscere Galli della Loggia che esiste una responsabilità, seppure non esclusiva, della politica?

 

Vorrà riconoscere Galli della Loggia che la responsabilità della politica è maggiore rispetto ad altre componenti della società in ragione proporzionale al potere che ciascuna componenente ha?

 

Certo la politica nel suo complesso è espressione della società e quindi è facile argomentare che è la società il vero problema, ma,

 

vorrà Galli della Loggia riconoscere che esiste un’influenza reciproca fra politica e società, cioè che la politica influenza fortemente la società particolarmente oggi   con il condizionamento che i mezzi di comunicazione consentono a chi li possiede?

 

E’ sufficiente constatare il ruolo avuto dalla lega nel diffondere sentimenti xenofobi e razzisti o l’impatto che hanno sull’evasione fiscale e altri comportamenti illeciti i condoni e gli intralci all’azione della magistratura.

 

Certo anche le forze economiche svolgono un ruolo molto rilevante. Del resto si potrebbe a ragione ritenere che sul banco degli imputati vada messa l’intera classe dirigente, perché i fenomeni corruttivi hanno sempre due attori: la politica (l’amministrazione pubblica) e l’economia.

 

Sig Galli della Loggia, a parte la consapevolezza sul ruolo che la società civile ha nel determinare la qualità dello Stato in cui viviamo, in primo luogo quando si vota e quando si sceglie cosa comprare, cosa che sapevamo benissimo da soli, quale comportamento dovremmo tenere di fronte alla corruzione dilagante?

 

Ella afferma che si rischia di ripetere il circolo perverso avviatosi nel 1992/93 se si afferma l’antipolitica, ovvero tutti ladri, rischiamo che alla politica accedano solo i mediocri e gli spregiudicati.

 

Vorrà Galli della Loggia convenire che per evitare questo rischio si debba fare distinzione fra esponenti della politica, oggi, mediocri e spregiudicati e gli altri, per allontanare gli uni e conservare gli altri. Inoltre, individuare i meccanismi, le norme i comportamenti che favoriscono il malaffare.

 

 

Mi sembrerebbe questo il compito di un giornalista. Tanto più se editorialista del maggior  quotidiano  italiano.

 

Invece, lo stesso si limita a ricordarci che la malattia non è esclusiva della politica, sottolineatura che può risultare utile,se:

·         indica possibili rimedi affinchè cambi nella società tale stato di cose;

·         non diventi un alibi per convincere gli italiani che è inutile colpire i corrotti

 

 

Abbiamo parlato di mediocri e spregiudicati, ma esistono anche i delinquenti,  vorrà riconoscere Galli della Loggia che questi debbano essere perseguiti dalla Magistratura?Appartengano o meno alla Politica?

 

Informo, infine, Galli della Loggia, che esistono nella società tante persone che si comportano in base ai principi di legalità, rispetto per l’altro, convinti che ognuno ha una responsabilità nei confronti del prossimo. Qualcuno di questi, si trova, talvolta  svolgere un ruolo politico.

 

Secondo Galli della Loggia,

questi cittadini  hanno il diritto di richiedere che ciascun uomo politico si comporti correttamente e che l’azione politica sia trasparente oltre che volta al benessere della collettività?

Oppure debbono tacere per paura che monti una forma di antipolitica che peggiori la situazione?

RETERACHE

 

&&&&&&&

 

Galli della Loggia

 

Di chi può mai essere la colpa della corruzione italiana se non della politica? Di chi se non dei politici – beninteso di quelli per cui votano gli “altri”?

 

Si mettano dunque l’una e gli altri sul banco degli accusati per la meritata, inevitabile condanna.

 

 

Così la pensano oggi moltissimi italiani i quali non vogliono sentirsi dire che la corruzione di questo Paese – anche quella pubblica – è invece qualcosa che viene dal profondo, che rimanda alla storia vischiosa, oltre che del nostro Stato, della nostra società; ai suoi meccanismi e vizi inveterati.

 

No, guai a dirlo: si è subito sospettati di voler cancellare le responsabilità individuali, di voler “salvare i ladri”. Che c’entriamo noi con la corruzione? La colpa è solo della politica                                                       .

 In questo modo sta per ricominciare oggi il circolo perverso avviatosi nel ’92-’93.

 

Infatti, se si mettono così le cose è fatale che agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine di tutta la politica e di tutti i politici ne esca complessivamente a pezzi.

 

Con l’ovvia conseguenza, che più ciò accadrà e più solo i mediocri o gli spregiudicati accetteranno di entrare nell’arena pubblica, e che quindi, alla fine, la politica risulterà ancora di più inetta e/o corrotta, accrescendo ulteriormente la sfiducia e la disistima generali.

 

Sta per ricominciare alla grande, insomma, il meccanismo implacabile dell’antipolitica.

 

Il meccanismo che si mise in moto all’epoca di “Mani pulite” e i cui risultati nonostante l’avvicendarsi di governi di destra e di sinistra, sono sotto gli occhi di tutti: allora svergognata e vilipesa la politica non si è rinnovata per nulla, la qualità dei suoi protagonisti è anzi in media peggiorata, ed essa non è stata capace né allora né poi di correggere un bel nulla del sistema che aveva portato a Tangentopoli.

 

 

Non è questione di pensare che la corruzione sia “connaturata” alla società italiana. Bensì di convincersi che essa è innanzi tutto della società italiana.

 

Di convincersi cioè che, in Italia, in tanto la politica può ospitare un così alto numero di traffichini e di lestofanti, in tanto può rappresentare un ambito d’elezione per un così gran numero di scambi e guadagni più o meno loschi, in quanto, e solo in quanto, ha come sponda, come interlocutrice permanente, una società moralmente opaca come la nostra.

 

Perché alla fine delle due l’una, insomma: o si nega che quella italiana sia una società di tal fatta (e mi sembra davvero difficile), o si deve sostenere che tra lo standard morale della politica e lo standard morale della società non c’è alcun rapporto necessario (e si dice una palese assurdità).

 

Naturalmente c’è sempre una terza possibilità (che sospetto sia proprio quella fatta ipocritamente propria da molti abitanti della penisola): e cioè credere, o fingere di credere, che in una società di diavoli i politici, non si sa per quale miracolo, possano – anzi debbano – essere degli angeli; e la politica, di conseguenza, una specie di anticamera del paradiso terrestre.

 

Tutti coloro che, come Marco Vitale, rimproverano alla politica in genere, e dunque anche alla sinistra, di non aver preso le misure necessarie per una vasta e radicale opera di moralizzazione pubblica, dovrebbero innanzi tutto chiedersi: ma siamo sicuri che quel partito o quello schieramento che lo avesse fatto avrebbe avuto il consenso degli elettori italiani?

 

O non sarà forse che un’opera del genere – per come è l’Italia, il suo mercato del lavoro, i suoi rapporti patrimoniali, per come sono abituati i suoi pubblici dipendenti, per come sono le sua abitudini diciamo così fiscali – non sarà forse che un’opera del genere avrebbe suscitato molte più opposizioni che consenso?

 

E perché altrimenti nessun partito, nessuno schieramento, ha mai preso questa strada?

 

Di fronte agli scandali in cui è coinvolta la politica (anche o soprattutto la politica) molti uomini e donne impegnati nelle attività private, nel mondo del fare come oggi si dice, amano invocare rispetto delle regole, meritocrazia, presenza di poteri contrapposti, trasparenza, orgoglio di ruolo.

 

Lo ha fatto l’altro giorno anche Franco Bernabè su queste colonne.

 

Confesso di non aver ben capito a chi fosse rivolto di preciso una tale astratta invocazione – che anche in questo caso come in altri casi, di altri autori, evita di fare nomi e cognomi – ma spero che comunque il presidente della Telecom mi perdonerà se gli rivolgo una domanda impertinente: in che misura a suo giudizio il sistema delle imprese italiane e quello bancario – e la stessa Telecom, aggiungo, toccando davvero il colmo dell’impertinenza – si attengono alle prescrizioni da lui messe nero su bianco?

 

Personalmente penso che lo facciano parecchio meno di quanto dovrebbero e di quanto accada di solito in altri Paesi, a cominciare per esempio dagli Stati Uniti.

 

Basta vedere l’accanimento tenace con il quale tutto quel mondo si è opposto ad un’efficace legislazione sulla “class action”; e se non sbaglio senza che nessun suo esponente alzasse la minima voce contraria.

 

Non è solo la politica, insomma, a non avere le carte in regola.

 

Se non cominceremo una buona volta con il dirci tutto questo, con il dircelo ad alta voce e dircelo di continuo, potremo pure mandare periodicamente all’ergastolo tutti i “marioli” e i “birbantelli” del caso, potremo pure in un raptus suicida nominare Marco Travaglio ministro della giustizia, ma rimarremo sempre quello che siamo: una società malandrina, spietata e al tempo stesso accomodante, un Paese sostanzialmente senza legge e senza verità.

Le radici della corruzioneultima modifica: 2010-02-21T15:36:21+01:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento