Liberismo

Manifesto per la libertà del pensiero economico

Contro la dittatura della teoria dominante e per una nuova etica

Il Manifesto si propone di suscitare una discussione aperta sugli orientamenti della ricerca economica e delle sue implicazioni politiche e culturali, riprendendo i temi della “Lettera al Direttore” pubblicata su “Repubblica” il 30 settembre 1988, e firmata da Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Orlando D’Alauro, Giorgio Fuà, Siro Lombardini, Sergio Ricossa e Paolo Sylos Labini. L’Associazione Paolo Sylos Labini, che si è fatta promotrice dell’iniziativa, raccoglie le adesioni

 

“Manifesto per la libertà del pensiero economico contro la dittatura

della teoria dominante e per una nuova etica”

 

  1. La teoria dominante è in crisi

 

Oggi dopo anni di atrofizzazione si affaccia un nuovo sentire al quale la scienza economica deve saper dare una risposta. La crisi globale in atto segna un punto di svolta epocale.

 

Come in tanti hanno rilevato, oggi entrano in crisi le teorie economiche dominanti e il fondamentalismo liberista che da esse traeva legittimazione e vigore. Queste teorie non avevano colto la fragilità del regime di accumulazione neoliberista.

 

Esse hanno anzi partecipato alla edificazione di quel regime, favorendo

  • la finanziarizzazione dell’economia,
  • la liberalizzazione dei mercati finanziari,
  • il deterioramentodelle tutele e delle condizioni di lavoro,
  • un drastico peggioramento nella distribuzione dei redditi e
  • l’aggravarsi dei problemi di domanda.

 

In tal modo esse hanno contribuito a determinare le condizioni della crisi.

 

E’ necessario ricondurre l’economia ai fondamenti etici che avevano ispirato il pensiero dei classici.

 

  1. E’ urgente riaprire il dibattito economico

 

E’ urgente riaprire il dibattito sulle fondamenta delle diverse impostazioni teoriche presenti nel campo economico. Occorre respingere l’idea – una giustificazione di comodo per tanti economisti e commentatori economici mainstream – che esista una sola verità nella scienza economica.

 

Occorre dare spazio alle teorie alternative – keynesiana, classica, istituzionalista, evolutiva, storico-critica nella ricchezza delle loro varianti – nell’insegnamento e nella ricerca.

 

Occorre adeguare ai tempi i nostri strumenti, assumendo l’analisi di genere nei nostri studi.

 

E’ necessario dare “diritto di tribuna” ad ogni nuova idea economica nel segno della libertà e del libero confronto.

 

Le concentrazioni di potere (nelle università, nei centri di ricerca nazionali e internazionali, nelle istituzioni economiche nazionali e internazionali, nei media), come quelle che hanno favorito nella fase più recente l’accettazione acritica del fondamentalismo liberista, debbono essere combattute.

 

 

  1. Una nuova agenda

 

Suggeriamo cinque temi – su cui promuovere studi e iniziative – che ci sembrano di particolare rilievo nella fase attuale:

  1. Mercato, stato e società.

 

Dopo decenni in cui il mercato e la sua presunta “mano invisibile” hanno invaso gli spazi dell’azione pubblica e delle relazioni sociali, è necessario pensare nuove forme di integrazione tra mercato, stato e società, con attenzione per i temi della democrazia, della giustizia, dell’etica, in un quadro di sostenibilità ambientale dello sviluppo;

 

  1. Una globalizzazione dal volto umano.

 

Dopo una mondializzazione dei mercati trainata dalla finanza e priva di regole, è necessario pensare a un’integrazione internazionale tra i popoli che sia democraticamente governata, che alimenti i flussi di conoscenze e di persone accanto a quelli di merci, e che promuova la cooperazione sociale anziché la feroce competizione globale.

 

  1. Un nuovo umanesimo del lavoro.

 

E’ necessario ripensare il ruolo del lavoro nelle società moderne, come fonte di reddito dignitoso per tutti, di conoscenze, di relazioni sociali e come strumento di formazione ed emancipazione civile dei cittadini.

 

  1. La riduzione delle disuguaglianze.

 

Le differenze di reddito e di potere, tra paesi e – al loro interno – tra gruppi sociali e persone sono cresciute in modo inaccettabile ed è necessario quindi pensare ad un modello di organizzazione delle relazioni che punti realmente a ridurre le disuguaglianze sociali, territoriali, tra uomini e donne e tra le singole persone.

 

Questo è necessario anche per individuare una credibile via d’uscita dalla crisi, che richiede un rilancio dei consumi individuali e collettivi e degli investimenti pubblici, e l’emergere di una nuova domanda da parte di paesi e gruppi che in passato erano rimasti al margine dello sviluppo e del benessere sociale.

 

Senza tali cambiamenti il rischio concreto è che si punti a ripristinare il regime di accumulazione neoliberista fondato sulla speculazione finanziaria, e che si alimentino per questa via crisi ulteriori ed ancora più gravi dell’attuale.

 

  1. Uno sviluppo più equilibrato.

 

Va favorita la transizione da una crescita quantitativa senza limiti verso uno sviluppo più equilibrato basato sulla qualità.

 

Occorre impegnarsi per costruire degli indici alternativi al prodotto interno lordo che è inservibile e fuorviante dal momento che non riesce a rappresentare diverse attività economiche, i costi ambientali e il reale benessere della popolazione.

 

Liberismoultima modifica: 2010-02-06T10:57:00+01:00da reterache
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