razzismo

Riflessioni religiose a seguito dei fatti di Rosarno (titolo di reterache)

Ettore Masina 15/1/2010 – Micromega

 

Questa LETTERA (che interrompe il mio silenzio di cinque mesi in seguito a una rovinosa caduta e conseguente frattura di tre vertebre, e che vuole essere innanzi tutto un ringraziamento ai tanti e tante che mi sono stati vicini in quel frangente), era già pronta per la spedizione quando sono arrivate da Rosarno le tragiche notizie dell’insurrezione dei raccoglitori di frutta e della caccia al “negro”.

 

È domenica. Mi domando, se posso andare a messa, come faccio abitualmente. Mi martella in testa un brano del vangelo di Matteo: “Se stai presentando la tua offerta all’altare e ti viene in mente che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e va’ a riconciliarti con lui. Tornerai dopo all’altare”.

 

Penso a quei mille poveri espulsi da Rosarno e mi domando se nel terrore che li mette in fuga, nel dolore dello sfruttamento, nell’esperienza di una vita da schiavi, si domandino, si siano mai domandati, se davvero l’Italia si possa definire una nazione cristiana; e se non ci gridino, nella tragedia che li travolge, che sì: hanno qualcosa contro di noi                      .

Decido di andare a messa, egualmente. Sento il bisogno del tepore di una comunità che preghi con me, esprima, almeno nel suo intimo, energie d’amore: penso che non posso chiudermi in un dolore “privato”, è con i fratelli e le sorelle con cui spartisco l’eucarestia che debbo vivere il rimorso per tanta ingiustizia fatta ai poveri con le nostre omissioni quando non le nostre opere: nostre, di noi Chiesa italiana.

 

Domani rifletterò da cittadino ma oggi sento di dovermi innanzi tutto confrontare con il vangelo.

Risento ancora la voce buona di papa Giovanni: “La Chiesa, quale è e vuole essere, è la Chiesa di tutti ma particolarmente la Chiesa dei poveri”.

 

Risento la voce profonda e commossa di Paolo VI che ammonisce: “Ostinandosi nella loro avarizia, i ricchi non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili”; e proclama agli elogiatori dell’elemosina: “La giustizia è la misura minima (minima!) della carità”.

 

Mi domando: nelle nostre comunità viviamo – e rendiamo visibile – questo volto della Chiesa, questa sua fondamentale vocazione di riconoscimento del volto del Cristo nel volto del povero?

 

O ci siamo ridotti, pian piano, a un agglomerato di persone che cercano avidamente coraggio e consolazione per le loro privatissime paure, che dedicano al culto dei santi una venerazione assai superiore a quella per il Signore, che riempiono di quando in quando i grandi spazi delle celebrazioni papali ma subito dopo rifluiscono nel chiuso delle proprie case e nel rifiuto di ogni coerenza?

 

Schiacciate, talvolta, da un amaro senso di impotenza, anche se non hanno mai tentato l’esperienza di un impegno?

 

Questa fede, “morta senza le opere”, raggruppa senza problemi, nel suo seno, anche mafiosi e uomini politici cui l’acqua benedetta sembra lavare colpe senza pentimenti o addirittura annegare speranze e mormorii della coscienza.

Voglio dirlo: personalmente dedico più tempo a un continuo censimento delle testimonianze ecclesiali di fraternità (talvolta quasi eroiche) che ai guasti di un conformismo che non riesce più a celare paure ed ottuso egoismo, e la mia ricerca mi riscalda il cuore: quante Caritas, parrocchie, organizzazioni non governative, centri missionari (penso, per esempio, al meraviglioso Centro Astalli di Roma) lavorano per una fraternità generosa.

 

Ma non per questo sono cieco di fronte alle caratteristiche dell’Italia d’oggi: la più evidente delle quali è che la scarsità del nostro impegno di cristiani ha dato vita a una nazione nella quale (e soprattutto nelle zone tradizionalmente considerate “bianche”) ogni formazione politica sa di dover fare i conti con forze regressive che amano presepi e crocifissi ma ignorano che Gesù non sta dietro il sughero dei presepi o nel povero gesso degli “oggetti d’uso” sui muri delle aule              

Sta, per sua chiara proclamazione, nella carne dei poveri, soffre della miseria di interi popoli, e dello sfruttamento di quelli che sono fra noi.

 

Viviamo ormai in un paese in cui l’ottusa noia di giovani senza ingresso nel campo del lavoro moltiplica le infami crudelissime aggressioni ai senza tetto, in cui bande di italiani attaccano campi rom invece di premere per un inserimento dei nomadi nel tessuto delle città, in cui gran parte della ricchezza si basa sul lavoro “nero”: quello offerto da piccoli imprenditori senza scrupoli e quello coordinato dalle grandi centrali della mafia e della ndrangheta.

 

Viviamo in un paese il cui ministro degli interni chiede che si diventi più “cattivi” nei confronti dei migranti, in una nazione, in cui, in contrasto con la Costituzione e con la Dichiarazione dei diritti umani, viene negato asilo ai profughi politici, e gli aiuti allo sviluppo dei paesi poveri sono ridotti a pura facciata, ma il presidente del Consiglio scrive al papa, all’inizio del 2010, che «i valori cristiani sono sempre presenti nell’azione del governo da me presieduto»                                               .

Impunemente: nel senso che assai raramente le nostre “gerarchie religiose” contrastano questa beata coscienza, di uno statista che concede mano libera al razzismo di un parte della sua compagine governativa.

 

Papa Giovanni ci ha insegnato che il confiteor non va battuto sul petto degli altri e quindi occorre che ciascuno di noi riveda la propria vita. Ma è fuor di dubbio, a me pare, che salvo splendide eccezioni, la voce dei pastori della Chiesa italiana è flebile nel rivolgere il “non ti è lecito!” ai responsabili dello sfruttamento delle paure dei cittadini; e i documenti della CEI sono spesso vaghi nel condannare “ogni violenza”.

 

Mi colpisce e mi addolora una constatazione: mentre gruppi di laici lavorano nel campo della solidarietà insieme ai sacerdoti delle congregazioni missionarie, la contestazione al razzismo come ideologia radicalmente contraria al vangelo è assai minore fra il clero diocesano, quello più legato disciplinar-mente ai vescovi e più a contatto con i “fedeli messalizzanti”.

Il razzismo fomentato dalla Lega e tradotto in leggi, decreti e prassi dal governo nazionale e da una pletora di governi regionali e amministrazioni comunali sembra a molti “buoni cattolici” soltanto una spiacevole contingenza, ben meno grave di tanti altri peccati e, del resto, non priva di ragioni;

 

che esso semini un odio che abortisce speranze umane e neghi la dignità di esseri viventi,

sia causa di immensi dolori non dovrebbe portare i credenti (e, naturalmente, per primi, i loro pastori) alla chiarezza di un giudizio, troppo spesso, oggi, inquinato da interessi materiali?

 

Non si tratta di emanare scomuniche ma di esplicitare la radicalità del vangelo.

 

Ricordo di essermi sentito rovesciare come un guanto, ma anche spinto e sostenuto a un cammino luminoso, il giorno, ormai lontano cronologicamente ma non sbiadito nel mio cuore in cui un’assemblea mondiale delle Chiese protestanti, anglicane ed ortodosse, cui avevo partecipato con tanti altri cattolici “conciliari”, proclamò: “Chi non difende i poveri, non cerca che essi ricevano giustizia e dignità, non vede in essi la presenza del Cristo, costui è altrettanto eretico di chi nega l’uno o l’altro articolo del Credo

razzismoultima modifica: 2010-01-17T14:22:05+01:00da reterache
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