Armonizzazione aliquote fiscali

Documento scritto da Reterache dopo alcuni mesi dalle elezioni politiche del 2006  (GovernoProdi)

 

L’armonizzazione delle aliquote fiscali

 

Le elezioni si sono svolte,  ma non per  questo è venuta meno l’esigenza di capire meglio il significato  di certe affermazioni e le conseguenze derivanti dagli interventi proposti durante la contesa elettorale.

 

Uno dei temi più dibattuti in campagna elettorale è stato quello relativo alle tasse.

 

Il centrosinistra ha indicato chiaramente che era suo intendimento diminuire il peso fiscale sulle attività produttive, diminuzione di cinque punti percentuali del “cuneo fiscale”, al fine di favorire la competitività dell’Italia, fortemente peggiorata negli ultimi anni e ha indicato nell’armonizzazione delle imposte sulle rendite il modo in cui recuperare il minor gettito derivante dalla diminuzione di imposte e contributi vari, attualmente gravanti sul reddito dei lavoratori dipendenti e sulle imprese.

 

La dichiarazione di voler armonizzare le aliquote fiscali sulle rendite per trovare le risorse necessarie a ridurre quelle sui redditi di lavoro è stata, dal punto di vista degli obiettivi propri di una campagna elettorale, ingenua: Berlusconi avrebbe detto che la ripresa produttiva avrebbe consentito di compensare ampiamente la riduzione di gettito, ma sicuramente onesta.

 

Si è detto nella sostanza che il bene del paese consiste nell’aiutare la produzione e ridurre il peso della rendita parassitaria.

 

Nella tabella che segue alcune delle aliquote attualmente previste.

 

 

 

Interessi bancari

27,00 %

Bot/Cct/plusvalenze

12,50 %

Stock Option

12,50 %

 

Sembrano evidenti disparità non accettabili in una situazione in cui aumenta il deficit di bilancio e non si trovano, tra l’altro,  risorse  per  gli ammortizzatori sociali e la ricerca scientifica.

 

Il centro destra ha immediatamente approfittato della ingenuità/onestà del centrosinistra per accusare quest’ultimo di voler rapinare i risparmi dei ceti medi. Vediamo di fare chiarezza sulla questione.

 

La tassazione ovviamente non concerne i risparmi, ma i redditi che da essi attualmente si ricavano. Si è parlato di un incremento dal 12,5% al 20% che è la media in Europa.

 

Nella tabella A) si indicano le cifre corrispondenti all’aumento di un punto percentuale di imposta  su  un investimento di centomila euro che produca un reddito pari al 3%.

 

La difficoltà di giudizio su certi temi è legata ad una forma di strabismo che ingigantisce la visione di quello che ci riguarda direttamente e ci fa apparire  piccolo, talvolta addirittura invisibile, quello che ci riguarda indirettamente.

 

Nel caso in esame molti si sono affrettati  a calcolare quanto avrebbero pagato in più sul reddito derivante dai loro investimenti in Bot e CCT, ma non si sono chiesti quanto hanno “pagato” in questi anni in termini di riduzione del potere di acquisto dei loro risparmi.

 

Questa sì da calcolare sul totale del proprio patrimonio mobiliare.

 

 

LA TASSA SUL PATRIMONIO GIA’ ESISTE SI CHIAMA

 

INFLAZIONE

 

Nella tabella B) si indicano le cifre corrispondenti alla perdita di potere di acquisto di  un patrimonio di centomila euro per ciascun punto percentuale di inflazione.

 

Effetto maggiorazione d’imposta

capitale

100.000

% redditività (interessi)

3%

Reddito investimento

3.000

% imposta

1%

importo imposta

30

 

 

Tab A)                                                                              

 

Perdita annua potere di acquisto x ogni punto % di inflazione

Capitale posseduto

100.000

% inflazione

1%

Potere acquisto residuo

99.009

Perdita potere di acquisto

991

 

Tab. B) 

Alemanno: tassare le rendite finanziarie

 

Il ministro delle Politiche agricole di An: non si doveva intervenire sull’Irpef.

 

Le risorse devono andare a imprese e lavoro

 Che il centrodestra abbia inscenato una polemica tutta strumentale è dimostrato dal fatto che la proposta di adeguare la tassazione sulle rendite era stata avanzata, in epoca prossima alle elezioni, anche da vari esponenti del centrodestra, come dimostra l’intervista all’ex ministro Gianni Alemanno.

ROMA Gianni Alemanno è convinto che se ne possa venir fuori in un modo solo: con la tassazione delle rendite finanziarie. Per il ministro delle Politiche agricole, ed esponente di spicco di Alleanza nazionale, è l’unica condizione possibile per tagliare l’Irap, come  vuole il premier Silvio Berlusconi. E magari, dice Alemanno, «dare fiato all’economia» dopo aver risolto la questione incombente: il contratto del pubblico impiego                                          .
. Credo che a questo punto l’unica via d’uscita sia finanziare la riduzione dell’Irap con una intelligente tassazione delle rendite finanziarie, escludendo ad esempio i titoli di Stato»
                                                      .
Come lo spiegherà agli investitori, soprattutto stranieri?                           .
«
In Italia non possiamo avere una tassazione delle rendite, che è oggi pari al 12,5%, inferiore alla media europea e nel contempo avere il mostro dell’Irap. Se vogliamo aggredirlo senza far saltare i conti pubblici non possiamo che fare così».                     E lo sviluppo?                                                   .
«
Spostare risorse dalle rendite finanziarie per alleggerire il peso sulle imprese e sul costo del lavoro è il segnale più potente che si possa dare. Ricordo che se n’era già parlato»                                   . Poi però non se ne fece nulla.

La tassazione delle rendite finanziarie, in Italia è bassa

 

Diciamo subito che l’aliquota del 12,5% si colloca, rispetto agli altri Paesi europei nella fascia medio-bassa.

 

In alcuni stati i rendimenti finanziari si portano direttamente nella dichiarazione dei redditi .

 

La tassazione, quindi, è progressiva in base al totale dei propri redditi (parliamo di Stati Uniti ed Inghilterra, le due piazze finanziarie più importanti del pianeta) le rendite finanziarie vengono tassate con l’aliquota più alta prevista per il proprio reddito                               .

Nella maggior parte degli altri Paesi europei, vige un sistema  di tassazione separata con una sola aliquota

 

Per quanto riguarda i Paesi più importanti e confrontabili con l’Italia (detto della Gran Bretagna) l’aliquota per la tassazione separata è molto più alta della nostra (in Germania al 31,65% – in Francia del 27%)                             .

Chi segue queste cose sa benissimo che buona parte della Cdl, durante la passata legislatura ha pensato a lungo alla possibilità di “armonizzare” (come dicevano anche loro, ci riferiamo in particolare ad AN e UDC) le rendite finanziarie e nessuno trovava scandaloso innalzare l’aliquota.

Oggi si scandalizzano solo perché è stato proposto dalla parte opposta.

 

 

Il cuneo  fiscale

Il divario tra il costo del lavoro a carico delle imprese e la retribuzione netta in busta paga. Un problema non nuovo, che (forse) potrebbe essere attenuato tra breve. Finanza pubblica permettendo.

Fatta uguale a 100 la retribuzione lorda di un operaio dell’industria, il suo datore di lavoro sopporta un onere di 144 per via delle contribuzioni previdenziali a proprio carico e degli altri oneri che gonfiano il costo del lavoro, mentre la retribuzione netta in busta paga è uguale a 72                               .

Il cosiddetto cuneo fiscale e previdenziale sul lavoro è calcolato in Italia pari al 42,7%.

Non siamo in testa alla classifica: prima di noi ci sono Belgio (48,9%), Germania e Svezia (45,9%). Segno, è vero, che il costo del lavoro può non essere l’unico elemento che comprime la competitività delle imprese                                       .

Ma anche che, evidentemente, possono esserci altri fattori in grado di compensare l’alto costo del lavoro attraverso una maggiore produttività: ad esempio, più flessibilità nella prestazione del lavoro e minore assenteismo, in tutte le sue forme (malattia, festività, scioperi, ecc.).

Dopo di noi ci sono Danimarca e Finlandia (40,4%), Austria (39,9%), Francia (37,8%), Paesi Bassi (37,2%), Grecia (34,3%), Spagna (33,9%), Portogallo (29,5%) e già fino all’Irlanda (16,6%). L’Italia è 4,9 punti percentuali sopra la media dell’Unione Europea a quindici (37,8%).

La perdita progressiva di competitività del nostro sistema produttivo – di cui è un segnale preoccupante il saldo negativo della bilancia commerciale (secondo la Commissione europea, l’Italia è il paese che ha registrato il calo più forte dell’export nell’area dell’euro) – passa anche dalla persistenza di un cuneo fiscale eccessivo, che le imprese denunciano da diversi anni senza che, tuttavia, sia mai stato fatto nulla di risolutivo                               .

E anche il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro chiama in causa questo fenomeno distorcente.

Se, infatti, risulta difficile, in questo frangente di congiuntura debole e affaticata, disporre di risorse per aumentare le retribuzioni, ancor più difficile diventa l’operazione se si considera che, per ogni euro di aumento, le imprese ne devono sborsare in realtà 1,44 (mentre al lavoratore, come detto, ne rimane 0,72).

 

 

I diversi tipi di tassazione : loro effetti

 

 

 Le diverse tipologie di imposizione fiscale hanno effetti diversi sulle varie categorie di cittadini e più in generale sull’economia di un paese e pertanto non sono neutrali.

 

La prima divisione e fra imposte dirette e imposte indirette.

 

Le imposte dirette sono in primo luogo trasparenti: sappiamo esattamente quanto abbiamo pagato, inoltre, essendo progressive, gravano maggiormente su coloro che possiedono o guadagnano di più.

 

Hanno quindi una funzione di redistribuzione del reddito a favore delle categorie meno abbienti.

 

In questa sede non possiamo approfondire l’importanza per la società e per gli individui che ne fanno parte di un’adeguata redistribuzione del reddito, basti dire che senza di essa verrebbe meno la coesione sociale.

 

Con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

 

Le imposte indirette non hanno un carattere progressivo, sono legate all’uso della ricchezza.

 

Un aumento dell’imposizione indiretta su beni e servizi incide sulla formazione del prezzo finale, può avere un impatto inflazionistico e deprimere la domanda.

 

Ha cioè un effetto sulla dinamica economica, non sempre prevedibile.

 

In sostanza le imposte dirette favoriscono i ceti meno abbienti e quelle indirette le categorie più agiate.

 

Un’altra distinzione si ha fra imposte che gravano sulla produzione ed imposte gravanti sulla rendita. Anche qui è chiaro che le scelte di un governo finiscono per privilegiare questa o quella categoria di persone.

 

Ognuno può capire che senza un’adeguata attività produttiva tutti finiscono per rimetterci.

 

Quello che va sottolineato è che se la redditività della rendita è molto elevata le industrie utilizzeranno le loro risorse per effettuare investimenti mobiliari anziché nella produzione: innovazioni di processo, innovazioni di prodotto, innovazione tecnologica.

 

Molte delle difficoltà attuali hanno avuto origine quando, per effetto del boom borsistico, molte aziende hanno deciso che era più conveniente investire i propri soldi in borsa anziché nelle proprie aziende.

 

Il caso Fiat è stato emblematico, si è privilegiato il comparto finanziario a scapito del settore automobilistico e si sono viste le conseguenze.

 

Conseguenze che come sempre non concernono solo i proprietari, i dipendenti, ma anche il così detto indotto e di riflesso tutti coloro che  forniscono beni o servizi ( professionisti, commercianti, ecc.) a quelli che sono direttamente coinvolti nella crisi, fino a coinvolgere una intera città, regione e stato.

 

Il discorso su imposte e tasse ha diversi altri capitoli, ma in questa sede ci fermiamo qui.

 

 

Lo scandalo delle Stock Option

 

 Le stock option, In Italia, vengono prevalentemente utilizzate per remunerare ulteriormente l’alta dirigenza di una società.

 

Si  tratta della facoltà di acquisire in futuro azioni della società stessa al prezzo esistente al momento della concessione.

 

Vengono esercitate qualora il prezzo salga per lucrare la differenza.

 

Su questo guadagno in Italia si paga il 12,5%, mentre tutti gli altri dipendenti pagano con aliquote che vanno dal 23% al 39%.

 

Spesso sono cifre che superano i loro stessi stipendi, già molto elevati. 

Armonizzazione aliquote fiscaliultima modifica: 2009-10-14T18:34:00+02:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento