Un Uomo chiamato Cavallo

Un Uomo chiamato Cavallo

Gianluca Zucchelli

 

Didi era un cliente, per usare un eufemismo, difficile. E non solo perché non comunicava verbalmente.

Nell’istituto dove viveva, gli assistenti trovavano scuse per non portarlo fuori. La ragione è presto detta.

Se dentro se ne stava in catalessi a fissare il muro e rifiutava ogni proposta di attività o comunicazione, fuori poteva rivelarsi sorprendentemente attivo e perfino violento. Era per via della sua fissazione per i cavalli.

Non che ne vedesse sfilare in carne ed ossa durante la sua passeggiata. In quel parco londinese c’erano semmai cani, scoiattoli, corvi e piccioni che non degnava neanche di uno sguardo. Ma un cavallo pitturato in un manifesto o fotografato su una vetrina lo mandavano su tutte le furie.

Didi partiva a razzo e non era contento finché non fosse riuscito a impossessarsi del feticcio equino da portarsi a casa. In quel tempo una marca di sigarette e perfino uno shampoo avevano l’immagine di un cavallo sulla confezione. Ecco,

Didi eludeva il controllo dei suoi assistenti, prendeva a calci e morsi le commesse, pur di afferrare quante più confezioni poteva.

Le persone che ne prendevano cura avevano provato la via del compromesso, acquistando per esempio due o tre bottiglie del fatidico shampoo, ma a Didi non bastava e ne combinava tante e tali da far intervenire la Security.

Allora il manager della casa protetta impose la linea dura, col risultato che Didi si mise a nitrire durante la notte svegliando tutti i residenti, scientificamente dalle due alle cinque del mattino, corse al galoppo lungo il corridoio comprese.

Un bel giorno la persona che stava lavorando sul caso Didi trovò un posto di lavoro meno stressante e fece le valigie. Al suo posto arrivò una nuova assistente, Abigel, che lesse la documentazione, incontrò Didi, lo portò fuori e provò le medesime scene e il medesimo imbarazzo.

Nel giro di poche settimane la scrivania del capo era di nuovo ingombra di rapporti che registravano fedelmente le decine di incidenti avvenuti con o per Didi e – ovviamente – la sua mania per i cavalli. Ma prima di farci l’abitudine e di smettere di scrivere fiumi d’inchiostro, prima di chiudere il caso imbottendo Didi di medicine che lo intontissero al punto di fargli dimenticare la sua insana passione, Abigel pensò qualcosa che nessuno prima di allora aveva osato pensare.

Certo, sarebbe stato difficile e forse un po’ rischioso. Certo se qualcosa fosse andato storto avrebbe rischiato non solo il posto, ma tutti i futuri posti perchè nessuno perdona una leggerezza nel campo dell’assistenza sociale.

Ma Abigel era una ragazza testarda e decise di provare. Quel giorno in turno con lei c’era Marianna, un’amica di cui si poteva fidare. Le espose il piano e ne ottenne la complicità. Non che Marianna avesse il pallino della liberazione dei pazienti, ma piuttosto direi abbastanza senso dell’umorismo per aver voglia di provare.

Le due incoscienti uscirono con Didi, armate di una macchina fotografica, cavalletto, tela e pennelli e presero un taxi. Direzione Wimbledon. Abigel conosceva il posto dove aveva portato bambini Down a fare ippoterapia.

Nessuno poteva immaginare cosa Didi avrebbe fatto, una volta posto davanti a un cavallo vero. Abigel ignorò i pony e d’istinto scelse la scuderia dove c’erano i purosangue in ritiro. Ce n’erano sempre quattro o cinque ad oziare nel prato.

Marianna alla sua destra, Abigel alla sua sinistra, cariche degli attrezzi del pittore, Didi nel mezzo con la macchina fotografica al collo.

Abigel col fiato in gola faceva finta di nulla e fulminò con uno sguardo Marianna che ridacchiava mordendosi le unghie.

Didi era finalmente davanti all’oggetto della sua passione: uno stallone marrone scuro con una stella bianca sulla fronte.

Didi si sedette, fermo come una statua, a guardare. Furono interminabili secondi, poi minuti. Didi guardava con sete e intensità come solo chi ama sa guardare.

Quello sguardo silenzioso si dissetava e di nuovo si perdeva come nel pozzo di un desiderio infinito. Finché non afferrò la macchina e scattò la prima foto, poi un’altra e un’altra ancora.

Didi non saltò la staccionata, non saltò addosso al cavallo, non gli tirò la coda.

Didi era rapito e rapito restò per due giorni, a disegnare pezzi di cavallo su fogli di carta, finché Abigel non arrivò con lo sviluppo delle prime foto.

Non c’era uno scatto decente, che fosse ben centrato o completo. Erano pezzi di cavallo, particolari scattati alla rinfusa: un orecchio, una zampa, un occhio, uno scampolo di groppa.

Ma Didi li guardò a bocca aperta e si mise a farne mosaici che presero a occupare la sua stanza e le sue giornate.

Adesso la notte dormiva – o meglio sognava cavalli – e non disturbava più gli altri residenti con rumori e corse sguaiate nel corridoio.

Ma soprattutto attendeva il giovedì. Era quello il giorno in cui, non più di soppiatto ma nel piano ufficiale della cura di Didi, l’ospite della casa protetta veniva portato alla sua speciale ippoterapia.

 

Era così che Didi aveva cominciato a capire che giovedì era un giorno diverso dagli altri e c’era la viglia del giovedì e il giorno dopo eccetera. 

Non c’erano solo giorni tutti in fila uno uguale all’altro in cui ci si alzava per lavarsi, fare colazione, prendere le medicine, mangiare, fare la passeggiata, dormire eccetera.

C’era il giovedì, il giorno dei cavalli e in quel giorno Didi si mise a raccogliere feticci di cavallo: crini soprattutto ma anche un ferro perso da uno zoccolo.

Per Carnevale le ragazze dello Staff gli fecero una coda con i crini e una collana con un ferro da cavallo.

A Didi piacque talmente tanto che non se le levò mai più.

L’assistente sociale durante la sua visita semestrale rimase scandalizzata e chiese a Abigel un rapporto dettagliato con spiegazioni delle sue scelte. “Questo è alimentare la sua pazzia e non serve alla sua socializzazione. Un uomo chiamato cavallo è certamente impresentabile in società.

L’House Manager, presente alla strigliata, prese la parola con la sua voce che più si faceva vellutata – Abigel lo sapeva – più avrebbe graffiato. Abigel non sapeva da che parte il Manager avrebbe fatto muovere la bilancia e d’un colpo temette che era giunta l’ora di pagare per aver fatto a modo suo.

Il manager sciorinò dati e cifre, non opinioni. Da quando Didi era diventato l’Uomo Chiamato Cavallo, non era più violento ed aveva finalmente trovato qualcosa da fare nella vita.

I rapporti per incidenti o episodi di aggressività erano finiti. Non aveva più bisogno di calmanti.

La creatività, dopo tutto, non è un reato.

Abigel avrebbe voluto mettersi ad applaudire ma si morse le labbra per richiamarsi alla realtà del consentito.

L’assistente sociale se ne andò scrollando le spalle.

La coda di crini dopo qualche settimana puzzava, è vero, “Va cambiata” scrisse il manager sul pro memoria del turno ma Didi, l’ex recluso solitario animale ferito era diventata una persona con un suo mondo, un suo canale di comunicazione e suoi sogni da nutrire ogni giorno.

Piano piano aveva imparato a usare la macchina fotografica, grazie anche all’avvento del digitale, e un solo assistente adesso doveva portarlo alle scuderie, dove gli addetti avevano imparato a conoscerlo e scambiarci due cenni, se non parole.

Abigel adesso non lavora più con Didi ma insegna ad altri a Londra come capire e accettare chi è diverso,  ha bisogni diversi e non può farcela se qualcuno non lo aiuta.

Nel mondo delle macchine digitali, è cambiata anche l’assistenza sociale e quello che azzardava Abigel nella Londra thatcheriana è adesso pratica raccomandata dal Ministero e dai professori universitari, si chiama “Person centred working”.

 Ogni tanto Abigel torna a trovare Didi e lo trova immerso nei suoi collage sempre più belli, con una coda sempre più lucida e folta.

Dalla sua malattia purtroppo non si esce. Dalle gabbie costruite da chi pensa di essere sano invece si può.

Un Uomo chiamato Cavalloultima modifica: 2009-08-12T07:47:22+02:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento