G8 Barak

L’esempio di Barack

di VITTORIO ZUCCONI La Repubblica 10/7/09

 

In questo che sarà se non l’ultimo, certamente uno degli ultimi, G8, strumento ormai “non idoneo” come ha detto il presidente di turno Berlusconi che ormai non aveva più niente da chiedergli, mentre incassava quella giornata di sole della quale l’Italia, e lui specialmente, avevano tanto bisogno, Barack Obama affrontava invece uno dei primi rovesci internazionali della sua presidenza: il nyet delle nuove potenze nascenti alla sua campagna contro il riscaldamento della Terra.

Alla preoccupazione di immagine che aveva animato il nostro presidente del Consiglio italiano, aveva fatto da contrappunto la battaglia di sostanza che l’americano si era proposto di condurre e che la fuga del presidente cinese Hu Jintao, tanto tempestiva da apparire persino sospetta, aveva svuotato prima ancora che cominciasse. Era evidente che raggiungere accordi parziali sul clima fra nazioni occidentali che comunque erano già d’accordo sarebbe stato facile e il difficile sarebbe venuto nel convincere colossi umani, finanziari, politici e industriali come Cina, Brasile e India, da sole oltre un terzo della popolazione planetaria, a non fare quello che per secoli noi abbiamo fatto, secondo la sindrome del villeggiante al mare che vorrebbe bloccare ogni nuova costruzione dopo essersi comperato la casa                                                  .

Questo dell’Aquila, nel secondo giorno in cui proprio Obama ha preso la presidenza del futuro Gruppo, formato non dai soli Otto, ma da quattordici nazioni, era il primo incontro pratico, su terreni concreti, fra il nuovo presidente americano e quella Cina che lui, pur nell’attivismo politico dimostrato nei sei mesi alla Casa Bianca, aveva sempre aggirato ed evitato con cura. A differenza del predecessore Bush che era salito al potere nel gennaio del 2001 annunciando la dottrina contraddittoria dei “concorrenti e partner”, un bluff che i Cinesi avevano subito visto costringendo un aereo spia americano ad atterrare e Washington a chiedere scusa, Obama non aveva mai articolato una propria ben definita strategia cinese. E ora si capisce il perché

 

Perché la Cina, non ancora un co-eguale negli affari del mondo per la propria natura politica, è già capace di essere il punto di riferimento e di coagulo di coloro che non cercano pacche sulle spalle da Washington e non vogliono accettare a scatola chiusa le scelte fatte dalle nazioni occidentali e dagli Stati Uniti che le guidano

 

La risposta di Obama è stata quella di “aprire la scatola”, di non imporre a questo gruppo di nazioni che vogliono contare di più, il “chi non è con me è contro di me” caro al manicheismo di Bush, ma di provare a dimostrare che, finalmente, l’America intende praticare quello che predica, in materia di democrazia, di stato di diritto e di difesa della Terra, per “non chiedere ad altri quello che noi non siamo disposti a fare“.

 

“I giorni dello spreco sono finiti anche per noi” ha detto nella dichiarazione finale, per togliere quella antica sensazione che i ricchi siano sempre bravissimi a predicare quello che essi non vogliono praticare, magari accusando dall’alto, come il lupo, l’agnello di sporcare l’acqua. O che, come fu in uno dei primi e più infelici atti di Bush stracciando la modesta intesa di Kyoto, neghino addirittura l’esistenza del problema per non doverlo affrontare                       .

La sfida di Obama al mondo che anela a quei modelli di sviluppo che le nazioni più mature cominciano a riconoscere come insostenibile, è di “lead by example”, come disse più volte in campagna elettorale, di “guidare con l’esempio” e di essere il migliore, non il più prepotente. Anche Silvio Berlusconi, che sembra avere già interamente dimenticato gli anni della presidenza Bush con l’entusiasmo del convertito per l'”obamismo”, si è prontamente adeguato, e anche questa conversione al neo-ecologismo era parte del prezzo pagato, insieme con i 500 militari in più in Afghanistan e i tre prigionieri di Guantanamo accettati in Italia, per proteggere la propria posizione internazionale e quella dell’Italia                                                           .

Se il G8, come istituzione, è ormai in agonia e altri gruppi più rappresentativi del mondo lo sostituiranno, non sarà il caso di piangerlo                                                  .

Anche questo, come tutti gli organismi e le organizzazioni ha svolto la propria funzione e ormai palesemente era un sopravvissuto alla propria ragione d’essere.

 

Ma nel Gruppo che lo sostituirà, e del quale fortunatamente l’Italia farà ancora parte in attesa di una rappresentanza collettiva dell’Europa, la lezione di questo ultimo valzer all’Aquila sarà importante, non per massaggiare la vanità dei singoli, ma per avere detto che il tempo del direttori e dei diktat dell’Occidente a “chi ci sta” e peggio per gli altri, sta tramontando.

 

Se l’America, con l’Europa, intende ancora guidare, dovrà farlo convincendo gli altri di meritarlo con l’esempio della propria capacità di governare la propria gente e il proprio spicchio di mondo meglio con più coscienza e integrità di quanto sappiano fare Cina o India o Brasile, se ci riescono, e non per autoinvestituira. Come ha cominciato a fare, o a tentare di fare, Barack Obama riconoscendo che dall’America degli sprechi deve partire la nuova economia dello sviluppo intelligente                                     

G8 Barakultima modifica: 2009-07-10T16:18:09+02:00da reterache
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