Il destino della Chiesa

Cardinal Bagnasco: “ il destino della Chiesa è l’evangelizzazione”   25 maggio 2009

 

Estratto

 

Il terremoto, che è tornato a colpire duramente l’Italia, ha colto il nostro Paese in una condizione sociale ed economica duramente provata dalla crisi che, iniziata l’estate scorsa negli Stati Uniti, si è rapidamente diffusa in tutto il mondo.

 

 Nei mesi scorsi non sono mancate le occasioni per esprimere, come Chiesa cattolica, le considerazioni che questo contesto suggerisce.

 

Osserviamo oggi che c’è una comprensibile ansia volta a scrutare, e dunque quasi anticipare, i segni di uscita dal tunnel in cui ci troviamo.

 

E per la verità non mancano le voci che si arrischiano in previsioni quasi rasserenanti, che tutti naturalmente vorrebbero vedere confermate.

 

Eppure, questo pare a noi il momento in cui la crisi tocca in modo più diretto, quasi cruento, la realtà ordinaria delle famiglie per le quali torniamo ad auspicare un fisco più equo.

 

La disoccupazione, in particolare, sta intaccando anche le zone a più radicata tradizione industriale.

 

Contraendosi gli ordinativi e le commesse, dalle imprese viene azionata la leva occupazionale, talora in tempi e modi alquanto sbrigativi, come si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra.

 

Invece, proprio il patrimonio di conoscenze e di esperienza garantito dalle persone che lavorano sarà la base realistica da cui ripartire, una volta passato il peggio. Intanto, a patire le maggiori ripercussioni è la fascia dei precari.

 

È noto come nell’ultimo decennio i posti di lavoro flessibili avessero fornito un apporto decisivo alla riduzione della disoccupazione, che ora registra un brusco aumento dovuto principalmente alla perdita di posti di lavoro non garantiti. Per questi lavoratori gli ammortizzatori previsti sono davvero modesti.

 

Ma l’incertezza ha da tempo attecchito anche nell’area del lavoro stabilizzato, che sta infatti conoscendo l’inquietudine della cassa integrazione, quando non del licenziamento.

 

Riferendosi a questi fenomeni, Benedetto XVI in visita domenica scorsa a Montecassino invitava «i responsabili della cosa pubblica, gli imprenditori e quanti ne hanno la possibilità a ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie» (Omelia in Piazza Miranda a Cassino, 24 maggio 2009).

 

Si tratta di situazioni infatti che appesantiscono molto il tessuto sociale, allargando le disuguaglianze e riducendo la serenità di non poche comunità.

 

La crisi, in altre parole, sta ora producendo i suoi effetti più deleteri sull’anello più debole della nostra popolazione. Come pure sull’economia già precaria dei Sud del mondo, in cui è previsto un aumento di quasi cento milioni di nuovi poveri                                             .

          Le strategie fin qui approntate hanno avuto come protagonisti per lo più i governi nazionali, e già questo dice la precarietà e l’incompiutezza di una globalizzazione che, almeno stando al volto finora dato di sé, ambiva a porsi come il destino maturo del mondo.

 

Ma le iniziative indispensabili per rivedere i meccanismi di governo globale dell’economia per ora languono, auguriamoci non per la segreta illusione di riprendere presto le vecchie abitudini. Il sistema in realtà ha perso di credibilità e di efficacia.

 

Per questo il Papa ha più volte ripetuto l’invito a mettersi all’opera per riformulare questi meccanismi, mettendoli al riparo dagli egoismi e garantendo pari opportunità per tutti i Paesi. «È una tragedia vergognosa – ha di recente commentato – che un quinto dell’umanità soffra ancora la fame» (Discorso alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, 4 maggio 2009).

 

C’è bisogno a questo punto, infatti, di incarnare sui vari fronti una speranza che non si riduca all’attesa degli eventi, superando la logica del fatalismo e una ricorrente depressione psicologica e morale.

 

Se ogni nazione, ogni categoria, ogni famiglia si sintonizzeranno sull’idea che la crisi è anche un’opportunità concreta per cambiare in meglio e in modo più stabile gli equilibri del vivere comune e gli stili personali – anche all’insegna di una ritrovata, maggiore sobrietà – allora questo tempo e le sue asperità non si saranno presentate invano.

          5. In questo scenario potrebbe risultare importante, per le nostre Chiese,  sperimentare una prossimità ancora più concreta al mondo del lavoro.

 

 Intendo riferirmi alla vicinanza che i sacerdoti possono esprimere, ad esempio, accostando anche regolarmente le persone là dove esse lavorano – cappellani del mondo del lavoro, appunto – testimoniando, anzitutto attraverso un’attitudine all’ascolto, la considerazione che il Dio di Gesù Cristo ha del lavoro umano.

 

 L’unicità dell’uomo nell’universo, e la sua superiorità rispetto alle varie creature, sono espresse dal lavoro che soggioga la terra rispettandola. Voglio dire che, dalla crisi in corso e dalle minacce che tanto ci angosciano, dobbiamo uscire non con una svalutazione del lavoro, identificato come circostanza casuale e fortuita, ma con la riscoperta del legame imprescindibile dell’uomo con il lavoro.

 

Passa per questa strada quell’«umanizzare il mondo lavorativo» che ancora ieri il Papa invocava a Montecassino (cfr. Omelia cit.). Ed è la ragione che rende improponibile una concezione meramente mercantile del lavoro umano, quasi fosse una qualunque merce di scambio sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta. Il lavoro è grazia e compito, è estrinsecazione dell’umano.

 

 

Il destino della Chiesaultima modifica: 2009-05-26T10:41:42+02:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento