Un modello sociale dell’aggressività dei giovani

Un modello sociale dell’aggressività dei giovani

 

ROSALBA MICELI

 

L’aggressività può essere studiata sperimentalmente isolando alcuni fattori ed osservando come ognuno di essi aumenti o riduca il livello di aggressività.

 

Inoltre è possibile adoperare dei controlli per assicurarsi che il fattore considerato determini in realtà un certo effetto.

 

E’ noto che gli adulti di molte specie animali, ad esempio, in una popolazione di elefanti, giocano un ruolo non marginale nella regolazione del comportamento sociale dei giovani individui, in particolare nella moderazione dei comportamenti aggressivi.

 

Sembra un concetto alquanto intuitivo, tuttavia, è possibile chiedersi: l’effetto regolativo è dovuto alla semplice presenza degli adulti, o al rapporto fra il numero di adulti e di soggetti più giovani?

 

Una ricerca di etologia comparata, condotta da un gruppo di ricercatrici del Laboratorio di etologia animale ed umana, presso l’Università di Rennes 1, in Francia, pubblicata on line sulla rivista scientifica ad accesso libero PLoS ONE, ha indagato il fenomeno in cavalli di Przewalski, animali che costituiscono naturalmente dei gruppi sociali.

 

Sono state filmate le interazioni sociali ed esaminate le relazioni spaziali (relative alla vicinanza dei giovani con gli adulti o con altri giovani), di 12 cavalli di uno e due anni di età appartenenti a cinque famiglie con una presenza di adulti che variava in modo significativo, in un’area nel sud della Francia.

 

“I cavalli di Przewalski rappresentano un buon modello per studiare i ruoli educativi degli adulti nelle specie che formano gruppi stabili per anni e nei quali, oltre alle cure parentali materne e paterne, si osservi la costante presenza di adulti non imparentati, in questo caso di femmine”, sottolineano Marie Bourjade, Alice de Boyer des Roches e Martine Hausberger.

 

I risultati indicano che quando in un gruppo il rapporto tra il numero degli adulti e quello dei giovani è basso, i puledri sono più aggressivi e più segregati dagli adulti, e stabiliscono legami più intensi con altri giovani.

 

“I legami più forti fra giovani in gruppi con pochi adulti può diventare un fattore che diminuisce l’attenzione verso gli adulti stessi e verosimilmente ne diminuisce l’influenza quali regolatori del comportamento dei giovani, e in particolare di quelli aggressivi”, chiariscono le ricercatrici.

 

Il numero degli adulti in un gruppo sociale diviene essenziale perché fornisce più modelli per l’apprendimento dei segnali sociali.

 

Questo fattore è importante anche per gli esseri umani? Il fenomeno dell’aggressività umana è stato da tempo oggetto di studi sperimentali come dimostrano i classici esperimenti dello psicologo di Stanford Albert Bandura:

 

un primo gruppo di bambini di scuola materna osservava un adulto che aggrediva fisicamente e verbalmente una grande bambola.

 

Ad un secondo gruppo venivano invece mostrati degli adulti che non prestavano attenzione alla bambola.

 

Un terzo gruppo (di controllo) era costituito da bambini che non avevano visto alcun adulto con il giocattolo.

 

Successivamente ogni bambino veniva lievemente frustrato e poi posto nella stanza con la bambola.

 

I bambini del primo gruppo si mostravano più aggressivi del gruppo di controllo, mentre quelli del secondo gruppo esibivano un numero di atti aggressivi persino minore del gruppo di controllo.

 

Inoltre i bambini che avevano osservato il modello adulto ricevere una ricompensa per il comportamento aggressivo tendevano a seguirne l’esempio maggiormente rispetto ai bambini che avevano visto punire l’adulto in seguito ai maltrattamenti della bambola.

 

Da ciò si deduce una regola: è fondamentale che gli adulti presenti nell’ambiente sociale dove si sviluppa il bambino e l’adolescente non siano essi stessi modelli di aggressività. e che al contempo i comportamenti aggressivi vengano modulati con appropriati feedback

 

Restringiamo il campo sociale all’esame della struttura famigliare.

 

In particolare la famiglia monoparentale è stata spesso associata ad un maggior rischio di aggressività degli adolescenti rivolta verso la famiglia (nei confronti dell’unico genitore convivente) o all’esterno.

 

“La questione è complessa – sottolinea Massimo Molteni, direttore sanitario e responsabile della ricerca in psicopatologia all’Irccs “E. Medea-Ass. la Nostra Famiglia” di Bosisio Parini – perché il comportamento aggressivo può essere, in alcuni casi, espressione sintomatica all’interno di un episodio depressivo, ma anche manifestazione di un Disturbo della condotta o di un Disturbo oppositivo-provocatorio.

 

Facciamo una ipotesi suggestiva: solo i preadolescenti con fattori di rischio biologico, sia per la depressione che per il comportamento impulsivo, manifestano comportamenti aggressivi nel corso di episodi depressivi, in presenza di fattori ambientali “tossici” come il vivere in famiglie disgregate. Non quindi la famiglia monoparentale, ma la disgregazione famigliare causata da conflitti relazionali, è uno dei fattori di rischio più importanti per la salute mentale del bambino”.

Un modello sociale dell’aggressività dei giovaniultima modifica: 2009-05-09T14:23:00+02:00da reterache
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento